Li ho fissati per un po’ di tempo: complemento di tempo continuato. La mia è stata una conseguenza dell’imbarazzo che mi hanno arrecato: nulla mi risulta, sovente, più imbarazzante di vedere qualcuno fare qualcosa che, da tempo, non vedevo fare. Al punto da arrivare a pensare che non potesse più essere fatta. Scena d’imbarazzante normalità, da apparirmi d’altri tempi. Dopo la celebrazione della Messa nel santuario, il gruppo si è spostato nel ristorante vicino: bambini e gente adulta, familiari, simpatizzanti. A colpirmi, nell’attesa del cibo, sono due fratelli: maschio e femmina, meno di vent’anni in due. M’aspetto la solita scena: l’impazienza dell’attesa, condita da sbuffate nervose, vinta con gli occhi fissati sul display dei cellulari, le dita ad armeggiare marchingegni elettronici: “So che non è educativo – risponde qualcuno – ma prova tu a tenere calmi dei bambini al ristorante”. Più di un adulto, da quand’è entrato, sta fisso sugli schermi.
Quei due, i più piccoli, dopo avere ordinato – senza manco chiedere che le loro pizze vantino una precedenza – estraggono dalle tasche un mazzo di carte e si mettono a giocare: nessun aggeggio elettronico, solo sguardi e mosse con gli occhi. «Sono normali?» chiedo alla madre. Loro due mi guardano, sorridono, giocano. Poi, saputo che non hanno ancora il cellulare alla loro veneranda età, mi siedo accanto: «Scusate: non vi sentite dei disadattati sociali?» E loro, come gesuiti in erba, a rispondere con un’altra domanda: «Noi o loro?», guardando gli adulti. Esaustivi al grado massimo. Vicino loro, un terzo ragazzo smanetta sul cellulare. Dopo un po’: «Posso giocare?». Aggiungono il terzo (non) incomodo. Pensavo d’avere ordinato una pizza (bianca) porro e salsiccia: sono stato con servito con menù d’imbarazzo. Certi imbarazzi, poi, sono poesia: sono la discriminante tra parlare al vento e parlare con il vento. «C’è da aspettare ancora tanto per le pizze?» fu la domanda di un adulto alla cameriera. Eravamo ad un’altra cena. «Che fretta avete? E’ così bello stare assieme a parlare». Altro bambino, altro imbarazzo.
E ci chiamano “adulti” (lett. “cresciuti, giunti a compimento”).
(da Specchio de La Stampa, 24 maggio 2026)
