All’interno della Trinità e del suo disegno di salvezza, sull’uomo. Questa l’ambizione della liturgia odierna, tra metafore di architettura e mancanza di assertività del Capo degli Apostoli, che, dopo la Resurrezione, mostra tutto il suo cambiamento, fonte di speranza anche per noi: se il pescatore impulsivo di Galilea, tutto cuore e buona volontà, dopo la “batosta” della Passione, pare aver imparato a riconoscere l’intervento della grazia, oltre alla fragilità umana, anche noi potremo lasciarci plasmare dalla grazia, rinunciando ad avere il controllo di ogni cosa.
Assertività, questa sconosciuta
In uno dei primi discorsi di Pietro dopo la morte del Maestro, possiamo apprezzare la sua metamorfosi: ha imparato a riconoscere il ruolo divino e a fare un passo indietro. Non ha, tuttavia, smussato gli angoli più spigolosi del suo carattere, come dimostra la mancanza di assertività, nel rimarcare, ai propri interlocutori, come quel Gesù che «Dio ha risuscitato» sia proprio lo stesso che «voi avete crocifisso».
Architettura divina
Nel quarto capitolo del libro di Atti, attraverso le parole di Pietro, troviamo la citazione di una delle frasi del Salmo 118 più riprese nel Nuovo Testamento[1]:
«La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra angolare: una meraviglia ai nostri occhi»[2]
La metafora architettonica non è fine a se stessa: dice qualcosa dell’agire di Dio. La pietra angolare è Cristo. Equivale a dire che il compimento della Legge e il Messia atteso da secoli è un uomo, ucciso nel pieno del proprio vigore, morto di una morte infamante, risultato sconfitto, deriso e vilipeso agli occhi di detrattori, avversari e tiepidi simpatizzanti. Quella fine, scandalo per i giudei e follia per i gentili [3], è in realtà il nuovo inizio di un’altra storia e il suggello più solenne di quella storia che, con il popolo d’Israele e Mosè ha visto la propria alba. È il capovolgimento della prospettiva. Quello che sembra è diverso da ciò che è. Quello che sembra piccolo e fragile, è in realtà ciò che è più importante di tutto e che è il fondamento di ogni cosa. Ed essere aperti ad accogliere il divario tra le due è – spesso – la differenza tra una vita riuscita e una vita mediocre.
Il pescatore di Galilea e il principe degli apostoli
Così è stato, in fondo, per Pietro e – per un altro verso – anche per Paolo. Finché la fiducia era riposta in se stessi, la propria forza e la propria volontà, i risultati senz’altro c’erano, ma si alternavano a sonore e brucianti sconfitte, che costringevano a fare i conti con la fragilità dei limiti umani, che caratterizzano ciascuno di noi. Cristo vede in Pietro la roccia, quando è solo un pescatore di Galilea. Cristo ne fa un pescatore di uomini, quando ormai il ritorno alla pesca sembrava ormai l’unica scelta sensata e possibile, una volta conclusa la parentesi itinerante al seguito del rabbi di Nazaret.
Il νοῦς di Cristo
Sia la lettera ai Corinzi che il vangelo di Giovanni sono un chiaro richiamo allo Spirito Santo. Verso cui si dirige la narrazione liturgica come di un dono preparato da Cristo, lungamente voluto e destinato ai suoi, per suggellare una relazione che non si ferma di fronte alla morte, ma che richiede, al contrario, una collaborazione ancora più profonda ed intensa. Lo Spirito Santo è lo spirito di Cristo: ci consente di accedere al Padre, ci fa accedere ai ricordi più coinvolgenti, che ci conducono a scorgere la profondità della relazione divina, a percepire la bellezza del pensiero che abita il Cristo. Frequentare Cristo consente di sintonizzarci sulle sue frequenze: quel pensiero diviene allora una guida che conduce le nostre singole scelte, sulla base di quell’esperienza dell’umano che, filtrata attraverso la lente di Cristo, restituisce all’uomo un umano “a misura di Dio”. Aiuta ogni individuo a guardare oltre i chiaroscuri che celano la bellezza del disegno originario divino su ciascuno di noi: quella comunione che consente un tuffo nell’abisso del cuore umano, riletto alla luce dell’amore di Dio!
Un’architettura che ri-prende forma
Seguendo il pensiero di Cristo, anche il nonsenso della Croce si colora di quell’affidamento che consente di comprendere, in quell’abbandono subito da parte dei discepoli e “dei suoi”[4], un abbandono – voluto e scelto – tra le braccia del Padre. È quel riscoprirsi figli, che cambia le dinamiche del nostro sguardo sulla vita, proprio quando si rivela più impegnativa e, magari, carica di dolore: vivere l’obbedienza con cuore di figlio è un cambio di paradigma rispetto all’esperienza di un dovere e di un’esecuzione, anche precisa, ma al di fuori di una relazione identificante (come accade al figlio maggiore, nella parabola lucana[5]).
Rif. Letture festive ambrosiane, nella sesta domenica di Pasqua – Rito ambrosiano
Fonte immagine: elaborazione tramite Gemini Ai
[1] Mt 21, 42; Mc 12, 10-11; Lc 20, 17; At 4, 11; 1 Pt 2, 7
[2] Sal 118, 22
[4] Cf. Prologo giovanneo
[5] Cf. Lc 15
