Lei è una donna amabilissima: una di quelle signore che nascono ogni tot anni. Sua madre era grande amica di mia nonna, mamma di mamma: “Sono sempre in debito per quella volta che tua nonna” mi ripete ogni volta che m’incontra. Non ho mai capito cos’abbia fatto di così fantasmagorico nonna perchè il suo credito continui ad esistere finora, anche dopo anni dalla sua morte. Non ho mai voluto saperlo: mi piace pensare che ogni gestualità che a me odora di bene, la nonna l’abbia fatto a quella signora o a qualche componente della sua famiglia. Quando ci penso, sento nonna ancora viva in quel gesto mai consumatosi nel tempo. Da questa signora – che abita in uno di quei luoghi che sono anticipo di Paradiso (dei quali la mia fantastica terra è zeppa) – ci torno due-tre volte all’anno per trovarla, scambiarci due parole, renderle una visita di cortesia. Siccome so già che, nel discorso, tirerà in ballo mia nonna (sono affetto dalla “sindrome della nonna” e nessuna cura mi ha ancora guarito, per fortuna) in occasione di qualche ricorrenza oltrechè celebrare messa per nonna torno da questa signora. Che, ripeto, è dolcissima: così dolce e attenta da non perdersi nessun dettaglio. Come quello che mi è sfuggito in uno dei miei racconti fatti, non ricordo nemmeno dove: ad un incontro, in una pagina dei libri, in qualche programma. L’ho raccontato, comunque: perchè è di una verità inconfutabile. Ho confessato il piatto che la nonna mi ha preparato con così tanto amore, così tante volte, da essere diventato il mio piatto preferito.
La morte, sia chiaro, esisteva già prima che morisse la nonna: prima, però, la vedevo come con il binocolo, adesso la vedo con la lente d’ingrandimento. La lente d’ingrandimento è esattamente “quel piatto” di nonna. La signora – com’è fine questa signora – me lo (ri)prepara ogni volta: “Vorrei che quando tu vieni a trovarmi, tu mi sentissi un po’ la tua nonna” mi dice, senza offendere per nulla la memoria del cuore. Lei lo sa che nonna è insostituibile, che nessun vuoto potrà essere riempito da ciò che non è nato per fare ciò. Però, la capisco e l’apprezzo assai, vuole tenere acceso il ricordo di nonna attraverso un qualcosa che, a me, fa ancora leccare le labbra. “Basta che mi mandi un sms il giorno prima” mi dice quando mi chiama e m’invita. Poi arrivo, quasi sempre all’improvviso, ma lei mai si fa beccare impreparata. Mi siedo e, mentre parliamo, prepara la cena, che da anni è sempre: cotoletta e purè. Mi chiede soltanto una cosa, con un’amabilità unica: “Vieni una volta di meno, ma quando vieni non avere fretta”. L’ho capito subito il perchè di questa richiesta: lei, il purè, non lo prepara prima, non lo fa con la bustina. A lei piace, mentre parliamo, andare a prendere le patate, mettersi la traversa, pelarle, metterle in pentola, lasciarle cuocere, schiacciarle. Proprio come faceva nonna mentre, con l’altro occhio, seguiva i nostri compiti per casa. Poi, mentre le patate seguono il loro destino, prepara la cotoletta.
E’ giorno di lutto quando accade: il lutto di mia nonna non l’ho mai scontato al cimitero, sulla sua tomba. Il lutto di nonna lo sconto davanti ad una cotoletta con il purè, “fatto come lo faceva la nonna”. Quel piatto, la sua gestualità, il suo profumo sono un’assedio bellico ai miei sensi. Alla memoria: rivedo nonna muoversi in cucina in quella signora. All’udito: odo il friggersi della cotoletta, la pressione della pentola alzarsi, il rumore del pelapatate sul tavolo. Al tatto: quando mi lecco le dita, il lutto si poggia sulla lingua. All’odorato: quel sapore è un invito all’intimità da parte della nonna. Alla vista: quando mi trovo davanti quel piatto (fosse anche all’Autogrill), recito un Requiem aeternam per la nonna. Assedio al gusto: “Buon appetito, tesoro!” Quante storie, quanti ricordi, quanta vita in un piatto da gustarsi con il lutto al palato invece che al braccio. Poi, prima d’andarmene via, mi chiede solo una cortesia questa signora: che le celebri una messa per le sue anime defunte. Io la amo questa donna anziana: sa fare le veci di nonna senz’apparire sfrontata o invadente. Ogni volta che ritorno da lei, sconto il lutto e ritrovo la carezza di nonna. Sbeffeggio la morte che, sbruffona com’è, non si è mai accorta di essersi portata via soltanto il corpo di nonna.
Ma lei, furbissima, mentre la sentiva arrivare si era nascosta nel mio piatto preferito. Come Gesù, prima che lo arrestassero, si era già nascosto in quel pezzo di pane divenuto Ostia. Segreti d’amore sopraffine.
