Esiste un aggettivo, nel Nord-est dell’Italia (ch’è la mia piccola Betlemme) – a fortissima trazione identitaria: “foresto”. E’ la versione veneta di “forestiero”, aggettivo che indica uno che proviene da un’altra nazione, da un’altra regione o, semplicemente, dal paese vicino al nostro: non è questione di km, ma di sentirlo più o meno lontano. Diverso, soprattutto. Non gode, insomma, d’una accezione felice quest’aggettivazione: pur gente dal cuore d’oro, fatichiamo ad accettare che la bellezza, spesso, attraversi terre che non siano le nostre. Anche “paròn” è termine autenticamente veneto. Se collegato al “foresto”, partorisce uno dei pensieri più identitari della terra veneta: “Non siamo più paròni neanche a casa nostra” (“Non siamo più padroni neanche a casa nostra”) diciamo per difenderci da un mondo in cui il miscuglio di pelli, lingue, sangui è la sua identità feriale.

Schio (VI) è una città vicentina, profondamente veneta. Nel 1900, a Schio, visse una donna “foresta”, simpaticamente ribattezzata “la Madre moretta”: suor Giuseppina Bakhita. In virtù della sua storia – custodita nelle oltre cento cicatrici che portava nel suo corpo – qualcuno poteva dire di lei ch’era stata sfortunata a vivere così: “poarèta”, si dice in veneto. Lei, donna fino in fondo, raddrizzò quel concetto e lo fece diventare l’aggettivo qualificativo per narrare la sua fortuna al mondo: «Poareta mi? Mi no son poareta perchè son del Paròn e nela So Casa: quei che non xè del Paròn i xè poareti» (“Poveretta io? Io non sono poveretta perchè sono del Signore e nella Sua Casa: quelli che non sono del Signore son poveretti”) diceva. Usò due tra le parole più in voga nel mio Veneto – “paròn” e “poareta” – per dipingere la sua fortuna: l’essere stata protagonista di una storia così infame agli occhi del mondo da diventare scia luminosa agli occhi di Cristo.

Venticinque anni fa, il 1 ottobre 2000, Giovanni Paolo II la dichiarò santa: Santa Giuseppina Maria Bakhita. La “poareta” è diventata santa. Della serie che non tutto il male viene per nuocere, anche se all’inizio fa male il male. Tanto.

(da Specchio de La Stampa, 26 ottobre 2025)

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