Betlemme

L’attesa entra nel vivo. Siamo ormai alla quinta domenica. Le letture incalzano la necessità di vigilare, ma anche la capacità di sorprenderci, facendosi trovare ovunque lo si lasci entrare (e non solo dove ci si aspetta di trovarlo, secondo l’abituale consuetudine).

L’inattesa importanza del Piccolo

Forse, l’innovazione del piccolo è, tra le tante attribuibili al cristianesimo, proprio quella che più profondamente si è radicata nell’immaginario, almeno finora. Proprio per questo, rischiamo, però, di non coglierne la portata. Il libro di Michea, pur essendo tra i più brevi della Bibbia (piccolo anche in questo!) è forse il libro profetico più natalizio: è ad esso che si deve la localizzazione del luogo di nascita del Messia, che risulterà poi utile ai Magi, invano giunti a Gerusalemme, la grande città, in cerca del discendente di Davide.

Betlemme, centro della storia

Il libro di Michea[1] ci consegna il nome della città di Betlemme quale luogo in cui sorgerà qualcuno di importante, che mostra come potente e inatteso, inviato con il compito di purificare gli uomini, in vista di un culto a Dio secondo giustizia (secondo la definizione di pietas cara anche agli antichi latini). Le immagini che ritornano sono quelle della fonditura dei metalli e della lisciva utilizzata dai lavandai, proprio a visualizzare, nel modo più concreto immaginabile, un’operazione di pulizia, profonda e duratura.

Il pedagogo

Un’altra figura che indica cura e presa in carico è, poi, anche quella del pedagogo, citato dall’apostolo delle genti[2]. Al contrario di quel che verrebbe da pensare a primo impatto, in  particolare, magari, basandosi sull’etimologia della parola “pedagogia”, il pedagogo non è una figura – strettamente – educativa, ma, più che altro, potremmo dire così, di servizio alla persona. Il pedagogo, infatti, non era il maestro, bensì, la persona incaricata di accompagnare il giovinetto al luogo educativo preposto: è a questo ruolo che fa riferimento Paolo.

La Legge, un pedagogo

Letta in questa prospettiva, allora, il ruolo che è attribuito alla Legge ebraica (composta di moltissimi precetti e molto complessa) è, sorprendentemente – considerando la provenienza culturale di Paolo dall’ebraismo – sminuito. Non educa, non istruisce in senso proprio. Non è inutile, sia ben chiaro, tuttavia, il suo ruolo si educa a “condurre a”, in attesa, che altri istruiscano. Come il pedagogo accompagna il giovane scolaro all’istruzione, così la legge conduce l’uomo in cerca di Dio, nella vita di fede, durante l’attesa messianica. Ma, una volta giunto il Messia, non ha senso continuare a stringere la mano al pedagogo, poiché da ciò non può risultare alcun progresso educativo.

“Rivestiti di Cristo”

Nell’incontro con Cristo, l’aspetto preparatorio decade. È come se riuscissimo ad entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi, facendo sì che non vi sia “giudeo né greco”[3]. In ciò si situa la differenza cristiana, individuata brillantemente già dall’Autore della Lettera a Diogneto[4]: trovarsi nel mondo, esserne cittadini, ma al contempo far parte di una comunità che è – da sempre – sovranazionale, in cui le differenze (culturali, sociologiche, economiche) sfumano, fino a sbiadire, diventando irrilevanti, rispetto all’appartenenza a Cristo, elemento unente ed unificante.

Dalla periferia al centro: il centripetismo di Dio

Da Betlemme, periferia dell’Impero Romano, ai tempi di Tiberio, al centro dell’umano. Questa la direzione intrapresa dall’opera di Dio, nel suo dirigersi verso il recupero dell’uomo che, dal peccato originale, ha coltivato una logica del sospetto che ha guastato non solo il rapporto con Dio, ma anche con i propri simili.

Giovanni, via verso Dio

In questo senso, nel cammino di Dio verso l’uomo, emerge la figura di Giovanni Battista: nell’uomo, ferito dal peccato, Dio si avvicina, senza però allontanarlo dai propri fratelli. Al contrario, è – sempre – tramite i fratelli che può avvenire questo incontro con Dio.

Pacomio e la carità necessaria

Fu già Pacomio, nel IV secolo, a intuirlo, proponendo un’innovazione strutturale al monachesimo egiziano, spostando l’equilibrio eremitico, verso un cenobitismo che valorizzasse la vita di comunità e la possibilità di carità fraterna. Dio “nessuno lo ha mai visto”, ma ci è mostrato solo nel Figlio[5]: possiamo toccare con mano la veridicità dell’Incarnazione proprio nel legame indissolubile che ci lega a chi vive a fianco a noi, che ha il ruolo di risvegliare l’umano in noi.

Rif. letture festive ambrosiane, nella V domenica di Avvento, Anno A

Fonte immagine: creata con Canva AI


[1] Mi 5, 1; 3, 1-5a. 6-7b

[2] Gal 3, 23-28

[3] Gal 3, 28

[4] I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi. Non abitano città proprie, né usano un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita. Ma pur vivendo in città greche o barbare – come a ciascuno è toccato – e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l’esempio di una vita sociale mirabile, o meglio – come dicono tutti – paradossale. Abitano nella propria patria come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini ma da tutto sono staccati come stranieri, ogni nazione è la loro patria e ogni patria è una nazione straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi. (Lettera a Diogneto, autore ignoto del II secolo)

[5] Gv 1, 16-18

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