“Influenzare” è un verbo oggi di moda. Dalla sua radice deriva la parola più in moda nel virtuale: “influencer”. Una persona – avvalendosi di un suo potere di comunicazione (ch’è a prescindere dal contenuto!) – ne influenza un’altra, questa ne influenza un’altra: quest’ultima, a sua volta, un’altra ancora. E il mondo diventa pieno zeppo di storie che, in realtà, sono la stessa storia: fotocopiata. E’ a scuola che impariamo le prime storie: diventeranno ispirazione per crearne altre, per creare la propria, nella misura in cui il prof saprà proteggere gli allievi soprattutto dalla propria influenza. Il “traffico d’influenze” è anche un reato, perseguibile: quando uno sfrutta la sua posizione per ottenere vantaggi indebiti, compie questo reato. La corte dell’influencer sono i follower (litt.: “seguaci”): stesso appellativo che si usa per definire chi appartiene ad una setta, qualunque sia la sua estrazione o indirizzo. C’è stato un tempo in cui comunicare era dialogare, un qualcosa di arricchente per ambo le parti: oggi (pare) che influenzare sia diventato il sinonimo di comunicare.
La tentazione di confondere l’influenzare col comunicare ha “influenzato” pure la Chiesa, per millenni maestra di pensiero e di comunicazione. Oggi pare che l’importante, nella Chiesa, non sia più evangelizzare ma influenzare. Gesù di Nazareth, il padre fondatore del cristianesimo, ha dimostrato ripetutamente di non cercare ammiratori nè seguaci. Cercò, và cercando, esattamente l’opposto: persone dalla libertà così vergine, seppur ferita, disposte a non lasciarsi influenzare da un mondo che propone saldi e sconti dappertutto. La sua Parola, ripete uno degli evangelisti, si fece carne: non gli basta influenzare per un po’ di tempo (le influenze passano), gli interessa mutare l’esistenza delle persone. Mai desiderò smuovere le masse ma cercò sempre di dialogare “a tu per tu”. Influenzare è un gioco da bambini: basta la conoscenza di qualche tecnica, stimolare le giuste emozioni, mettere la bocca a culo di gallina (come direbbe Bernanos) ed è fatta. Convincerne una “a tu per tu” è tutt’altra sfida. E’ per questo che Cristo, al traffico d’influenze, continua a (ri)proporre l’antibiotico della libertà.
(da “Specchio” de La Stampa, 1 marzo 2026)
