UN PONTIFICATO MISSIONARIO (di L. Accattoli). “Oggi occorre ravvivare l’invito del Maestro: a tutto il mondo! A tutte le creature! Fino agli estremi confini della terra!” (Verona, aprile 1988).

mappamondo“Iddio non si dà pace” recita una poesia di Ungaretti, ma tantomeno si dà pace il suo “messaggero”, che si sente inviato agli “estremi confini della terra”.
Wojtyla: papa missionario, planetario, messianico e apocalittico. Non si può chiudere in quattro parole l’intera opera di Giovanni Paolo II: un pontificato è più vasto dell’uomo che l’impersona e delle interpretazioni incentrate sull’uomo. Ma queste parole esprimono l’anima del pontificato, dando ragione del suo dinamismo e della sua originalità. Forse Wojtyla resterà nella storia come un uomo valoroso che ha tentato di rifare missionaria la Chiesa e religioso il mondo, tra il sospetto dei teologi e l’approvazione confusa delle moltitudini. Afferma che la Chiesa ha bisogno di “rinnovare ed accrescere il suo slancio missionario”, dichiara che il Vangelo è un “messaggio messianico”, precisando che non può essere ridotto ad un “messianismo terreno”. Tra le parole del Vangelo, la più citata da Wojtyla è Matteo 28,19: “Andate dunque a predicare a tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. E’ il mandato missionario di Gesù. Oltre alla formula “Andate e predicate”, Wojtyla ama molto anche quella degli Atti 1,8: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Questa immagine degli “estremi confini” sollecita la sua fantasia missionaria, che l’applica anche agli attuali confini, ignoti agli autori del Nuovo Testamento. “A tutte le nazioni” e “fino agli estremi confini della terra” sono parole-chiave che traducono bene l’ansia missionaria di Wojtyla, che è il segno essenziale del suo pontificato e la sua prima chiave interpretativa. I viaggi, aspetto saliente del pontificato, sono essenzialmente dei viaggi missionari. Nella Chiesa d’oggi si registra una caduta della spinta missionaria e il pontefice viaggia per rifare missionaria la Chiesa. Il motto del pontificato, “Aprite le porte a Cristo” è missionario. E missionario è il fulcro dell’enciclica programmatica “Redemptor Hominis”, dove il papa pone il suo progetto pontificale sotto il segno dei grandi missionari del passato; secondo lui il rilancio missionario è un comandamento del Concilio Vaticano II, anzi n’è l’anima e l’obiettivo: “La basilare realizzazione del Vaticano II non è altro che una nuova coscienza della missione divina trasmessa alla Chiesa tra tutte le genti e fino alla fine del mondo”, ha detto nel giugno 1979 ad un Simposio dei vescovi europei.
La ripresa dell’azione missionaria della Chiesa Wojtyla la vede dettata da due esigenze apparentemente in contrasto tra loro: dalla crisi religiosa del ventesimo secolo, che chiede una “nuova evangelizzazione” e dall’imminenza di un “nuovo avvento” particolarmente propizio alla predicazione del Vangelo. Nessun’altra specifica attività pontificale ha assorbito fino ad ora altrettanto tempo e altrettante energie come quelle dedicate ai “viaggi missionari”. Egli ha concepito il suo ministero quasi come un unico instancabile viaggio missionario nel quale il mondo intero è diventato “il campo di annuncio del messaggio evangelico” (da Civiltà Cattolica, 1985).
In Wojtyla l’azione prevale sulla riflessione e il messaggio - che può ben essere ripetitivo - sull’approfondimento. “Chi svolge l’opera dell’evangelizzazione non è soprattutto un professore. E’ un messaggero, un uomo cui è stato affidato un grande mistero”: così il papa polacco parlò della figura del missionario nel maggio del 1979, ad un’udienza del mercoledì. Giovanni Paolo II è il primo in senso assoluto: ha un dono straordinario di presenza e i mezzi di comunicazione corrono dietro a lui. L’eccesso dei viaggi è la spia di un più generale eccesso della missione, che può aiutare a capire altrettanti aspetti del suo pontificato. La preoccupazione per l’unità dottrinale e disciplinare della Chiesa cattolica, innanzitutto, ma anche la premura per l’identità cattolica. L’unità dottrinale e disciplinare Wojtyla la vede direttamente collegata alla missione: “L’unità e il dinamismo missionario delle Chiese costituisce la condizione necessaria per l’evangelizzazione e il grande segno della credibilità del messaggio”. Quando Wojtyla agisce per excessum, lo fa quasi sempre da missionario o da animatore della missionarietà della Chiesa. Per esempio, la decisione di voler sospendere tutte le concessioni di dispense dal celibato ai preti che volevano sposarsi si rifà all’urgenza evangelizzatrice: il papa considera la legge del celibato una garanzia per la dedizione missionaria del clero latino. Quando c’è di mezzo la missione, Wojtyla diventa un “violento di Dio”. C’è, inoltre, la questione del “pastore universale”, che segnala anch’essa un eccesso dettato dalla missione. Ecco come l’enuncia il teologo svizzero-tedesco Dietrich Wiederkeher: “Come nessun altro, Giovanni Paolo II ha sviluppato l’immagine del papa come vescovo universale” e la sua predicazione mondiale è fatta di “proposte centralistiche che tendono ad esautorare le posizioni dei vescovi locali”. Il vescovo universale oscura i vescovi locali? Bruno Forte dà una lettura opposta a quella del teologo svizzero: “La valorizzazione delle Chiese locali, che il papa compie visitandole, valorizza la dignità e l’autonomia di queste stesse Chiese, aiutando così a superare il tradizionale centralismo romano”. Sarebbe ingenuo, d’altronde, pensare che papa Wojtyla, preso dall’urgenza di portare il messaggio agli “estremi confini della terra”, possa porre un freno alla sua azione missionaria per il timore di oscurare le Chiese locali con l’ombra di Roma.
Il “supremo annunciatore del Vangelo” tende a svolgere una missione planetaria. Il missionario del mondo ha bisogno di una geografia universale. Ed ecco il papa polacco lottare contro ogni impedimento alla sua predicazione e all’azione della Chiesa in generale. C’è dietro una teologia della missione, che vuole la Chiesa autonoma da ogni potenza terrena e superiore ad ogni frontiera; l’evangelizzazione e tutta l’attività della Chiesa sono cominciate e si sviluppano in conformità a questa dichiarazione che Gesù Cristo ha fatto agli Apostoli dopo la Resurrezione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate, dunque, e fate miei discepoli tutti i popoli”. Il papa non ha nessun altro mandato e nessun altro mandante. La battaglia per la libertà religiosa diviene un programma universale e permanente di questo pontificato. E tutte le sue mosse più audaci hanno questo significato esplicito o implicito: predicare dove non lo si è mai fatto e dove è proibito. Da dove viene al pontefice questa concreta determinazione contro ogni barriera tra uomini e popoli? Egli interpreta un’esigenza forte avvertita da tutte le Chiese cristiane in questo secolo: un’esigenza di mondializzazione della propria azione missionaria, che è più viva nella Chiesa cattolica, essendo essa presente in ogni continente e quasi in ogni Paese.
C’è un destino geopolitico nel pontificato di papa Wojtyla, già evidente nel segno della sua origine nazionale e da subito assunto a programma di governo. Il cuore di papa Wojtyla batte ad Oriente. Lo spostamento ad Oriente è la novità del suo pontificato: in tale movimento Wojtyla non ha avuto pedagoghi e segue soltanto la sua anima slava. Questa scelta non scandalizza, perché il mondo ancora non l’ha capita. Eppure è quella che potrebbe portare più lontano. Spostarsi ad Oriente vuol dire porre al centro del programma pontificale il riavvicinamento con l’Ortodossia, vuol dire precedenza, su ogni altro obiettivo, alla riunione con le Chiese orientali, prima fra tutte la Chiesa ortodossa russa che con i suoi cinquanta milioni di praticanti è la più numerosa delle Chiese cristiane dopo quella cattolica. Infine, in termini culturali e politici, la proiezione ad Oriente vuol dire massimo impegno nella risposta alla sfida del comunismo. Nella geografia dell’ecumene cristiana, la Chiesa di Roma si trova al centro tra l’Ortodossia e la Riforma. Per cultura è più vicina alla Riforma, che è una sua filiazione. Per dogma è più vicina all’Ortodossia con la quale ha in comune i sacramenti e l’episcopato. Uno dei drammi dell’ecumenismo cattolico è questo: ciò che l’avvicina ai protestanti, l’allontana dagli ortodossi.
Wojtyla percorre vasti continenti con l’ansia del messaggero cui è stata affidata una notizia urgente. E i continenti più vasti li sente ad Oriente, in tutta l’Asia, fino alla Cina e al Pacifico. L’ansia missionaria ed ecumenica di Wojtyla è come ingigantita dalla sordità del governo di Mosca. Nella sua veduta, quella sordità sottrae alla comune missione cristiana non soltanto le repubbliche sovietiche, ma tendenzialmente tutti i paesi influenzati da Mosca: ed è, insieme a quello cinese, un impedimento alla predicazione cristiana più vasto di quello dell’Islam e quasi altrettanto efficace.
Papa Wojtyla è naturaliter terzomondista. Perché papa e perché la chiesa cattolica è oggi in maggioranza nel Terzo mondo. Perché polacco e la Polonia è un terzo mondo tra capitalismo e comunismo. Infine perchè scommette sul primato del religioso e il Terzo mondo è ancora religioso.
Ambedue gli spostamenti planetari cui Wojtyla guida la Chiesa cattolica, quello ad Oriente e quello verso il Sud, hanno un’ultima motivazione religiosa: l’Oriente e il Terzo mondo sono visti come patrie superstiti del religioso, davanti alla desertificazione spirituale che avanza con il predominio dell’Occidente. Il terzomondismo della Chiesa è anche una scelta di campo a favore dei poveri. “Il Sud povero giudicherà il Nord ricco” (Canada). “Sento sempre la tragedia dei popoli oppressi” (a proposito degli aborigeni dell’Australia).
Uno studioso di politica internazionale, il francese Marcel Merle, usa l’espressione “verso un messianismo universale” per descrivere il movimento in atto nella Chiesa cattolica, che il pontificato wojtyliano sta cercando di interpretare grazie al riequilibrio realizzato dai suoi predecessori. Merle propone questa periodizzazione: “Il pontificato di Pio XII esprimeva una Chiesa ancorata all’Occidente (continuità dell’anticomunismo, adesione ai valori occidentali, concezione difensiva dell’Europa); i pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI tesero a realizzare un equilibrio (apertura e limiti del dialogo con l’Est, critiche nei confronti del materialismo occidentale); il pontificato di Giovanni Paolo II si muove verso un messianismo universale (il nodo polacco e la riabilitazione dell’altra Europa, la carta ecumenica e il riavvicinamento con gli Ortodossi, l’obiettivo russo e quello cinese)”. L’interpretazione di Merle è di grande interesse. Aiuta a capire il motto del pontificato, “Aprite le porte a Cristo!”; l’ansia apostolica che spinge il pontefice a farsi missionario “fino ai confini della terra”. Wojtyla predica un messianismo che non è terreno, né escatologico, ma un messianismo religioso, trasformatore del mondo già ora, che è applicazione del Vangelo, che “solo può dare alla vita umana il suo significato”, come diceva già il cardinale Wojtyla ai vescovi europei nel 1975. Il Vangelo viene da Dio e dice la verità sull’uomo.
Il messianismo wojtyliano tende a coinvolgere direttamente la Chiesa nella realizzazione di una nuova civiltà. Dunque il papa detta un programma politico? Ripropone l’integrismo classico che pretende di fare della fede un sistema? Molti lo sospettano: almeno in Italia questo è l’aspetto più discusso del pontificato. Wojtyla “scende troppo spesso sul terreno politico”, scrive Montanelli; “E’ un papa medievale, perché è nel Medioevo che i papi hanno fatto soprattutto politica” (Alberto Moravia).
Wojtyla non ha - probabilmente - una sua teologia della storia. Ha però fortissimo il sentimento del tempo. Sente il trapasso dal secondo al terzo millennio. Il testo più importante prodotto finora - vera e propria profezia del terzo millennio, esposta nel linguaggio dell’apocalittica religiosa - è l’enciclica “Dominum et vivificatem”, dedicata allo Spirito Santo. “La sfera propria dello Spirito è il mondo che deve venire; da lì egli proietta se stesso nel presente e diventa una profezia di se stesso nella sua opera escatologica” (Geerhardus Vos). Occorre affermare che nelle “cose ultime” Wojtyla procede con sicurezza; nella sua logica interna quell’enciclica è un invito alla speranza. Eppure è stata letta dagli intellettuali occidentali come un messaggio tutto negativo sulle sorti dell’umanità. E tutti pensano a quel testo quando si parla di pessimismo wojtyliano. Al fondo di quest’incomprensione c’è una diversità di linguaggio, oltre ovviamente ad una diversità d’interessi: dire escatologia significa attendere un compimento dal “Signore che torna”; il laico occidentale non conosce altro compimento che quello delle sue mani. Il papa slavo parla un linguaggio inatteso per la cultura occidentale. Il linguaggio della profezia apocalittica e non quello della mediazione umanistica, al quale ci avevano abituato gli ultimi pontefici. Tale linguaggio è uno dei segni più forti di questo pontificato: in esso forse si riassume la novità del papa venuto dall’Oriente.

* (La prossima parte -  Hans Kung: "Wojtyla, il Papa che ha fallito")
L'autore: Sandro Pozza

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Commenti   

Luciana
#1 IDDIO NON SI DA PACE...Luciana 2009-11-12 16:42
Iddio non si da pace....ma nemmeno "Karol il Grande" durante tutto il Suo pontificato non si è mai dato pace, fino all'ultimo istante della sua vita: è stato proprio un grandissimo missionario che ha girato con ansia i continenti per far aprire tutte le porte a Cristo, senza interessi politici, intellettuali, economici...se non il suo grande desiderio di portare Cristo nel mondo
donmarcopozza
#2 La festa è finita. Andate in guerra!donmarcopozza 2009-11-12 17:47
«Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo. La missione del cristianesimo in mezzo all’umanità è una missione di amicizia, di incoraggiamento, di promozione, di elevazione: una missione, cioè, di salvezza»(Giovanni Paolo II, Angelus, 6 gennaio 2004, in “L’Osservatore Romano”, 7-8 gennaio 2004, 1)
L’11 settembre 2001 è finita la festa a New York. L’11 marzo 2002 è finita la festa in Europa. Dopo la sensazione di un’eterna sicurezza, viviamo il ritorno della paura. Se prima di quelle due date tristemente storiche ciò che frenava il divertimento doveva sparire ora, se non altro, s’avverte una nostalgia di uomini e donne che dispongano di una serie di valori attorno ai quali costruire un consenso sociale.
Perché non leggerci una sfida genuina che ritorna – dopo l’esperienza dei Padri della Chiesa e della mistica del 1500 – a proporsi come occasione bella di ri-nascita del cristianesimo? Concentrazione per riduzione è operazione tutta biblica: il popolo si concentra sempre più riducendosi. Nonostante tutto il Regno di Dio cresce nel cuore dell’uomo, il lievito fa fermentare la pasta, la semente nascosta nel terreno sta germogliando. Forse proprio ora s’avverte esigente l’ardire coraggioso dell’uomo credente che, distanziandosi dai luoghi comuni dei profeti di sciagura, accetti il dibattito con lo spirito del tempo e sia annunciatore di speranza, attento a cogliere in ogni uomo e in ogni situazione i segni positivi di risurrezione.
Dei discorsi, delle parole, delle elucubrazioni il mondo è stanco: però quando percepisce d’essere in presenza di un testimone sa ancora fermarsi ed ascoltare. Ma la martyria è prezzo esigente perché obbliga allo stile di vita della Scrittura: radicale e ignorante dei compromessi. Ma forse solo questo può dare al cristiano la novitas che ringiovanisca la società, somma di relazioni inter-personali. Ma questo chiede, come abbiamo visto precedentemente, delle radici che ci aiutino a non lasciarci risucchiare dal margine della società.
L’uomo di fede ha ancora qualcosa di autorevole (non autoritario) da dire all’uomo che incontra solo nella misura in cui lascia la Parola a Cristo.
Oggi, anche all’interno della Chiesa, si dicono molte parole, si scrivono molti documenti. Va bene, ascoltiamoli, leggiamoli. Ma non dimentichiamo che la nostra legge essenziale, il nostro documento fondamentale è il Vangelo.
Leggere e gustare il Vangelo: ecco la nostra prima missione. Centellinarlo come sta e giace, nudo e crudo. Se vorremmo conoscere il cristianesimo, forse, non dovremmo leggere troppi discorsi, troppi documenti. Neppure badare ai cattivi esempi che purtroppo diamo noi cristiani.
Leggere il Vangelo: è la base eterna della nostra fede.
E nel Vangelo lasciarci imprigionare dalla speranza ivi contenuta: perché quando la festa finisce, ci si ricorderà solo dell’uomo che ha lasciato a chi ne raccoglie il mantello motivi per sperare.
Speranza che potrebbe concretizzarsi in uno stile nuovo di essere cristiani!

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