Ho ancora nel naso il profumo dolciastro delle mele cotte respirato all’inizio di dicembre nel reparto d’ospedale. Ho ancora nell’orecchio il suono assordante della solitudine di quelle stanze, l’aria rarefatta della terapia intensiva: guardavo mio papà intubato e, come alunno colto da un’interrogazione a sorpresa, ebbi la sensazione d’abitare uno dei luoghi più sacri mai visitati. Dietro la maschera, un uomo, mio papà, mi stava raccontando la Pasqua, anche se era Natale: «Morte e vita si stanno affrontando in un prodigioso duello». Non restava che guardarle danzare, morte e vita, in quell’esile filo di ragnatela ch’era il corpo di papà: “Abbi cura di non perderti nulla” – pareva mi dicesse. Quello di mio padre è un volto particolare: è il più grande geroglifico che conosca, indecifrabile. E’ soprattutto il mio volto. Sono cento giorni che la vita m’ha fatto un regalo che, l’avesse chiesto, le avrei risposto che non era gradito: giocare a nascondino con papà. Sono stati giorni in cui, come ho visto fare ad Emma e Ginevra, ho cercato di rintracciarlo inseguendo una sua parola, come due bambine inseguono una risatina sfrenata per trovarsi. Quando lo avvicinavo, lui taceva: “Mi hai trovato – sembrava dire -: taci”. Mi fidavo e, tacendo, scoprivo che era come risciacquarmi il volto nel suo sguardo: un circuito da vedere e rivedere. “Che schifezza di giorni” mi son detto i primi giorni. Poi, mistero della comunione con i defunti, Papa Francesco mi ha preso per mano: “Se la realtà non cambia non è lei a essere sbagliata. E’ il tuo punto d’ingresso”. Ho preso quello che accadeva in spalla e l’ho stretto a me.

Ho incrociato il sublime nella debolezza, c’era Dio con la veste operaia e le mani sporche nella fiacca di papà: «Quand’eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le mani e un altro ti cingerà la veste, ti porterà dove non vuoi» disse Gesù a Pietro, recalcitrante di fronte alla fatica di amare. Il peggio arriverà sempre in maniera inaspettata: lo si sa. Anche il meglio, però: alla vita basterà sempre un solo istante per nascere. Papà, che la tuta da lavoro (preziosa come la veste di battesimo), la indossava da solo, in quest’ultimo periodo nemmeno il fazzoletto riusciva più a trattenere: «Quando sarai vecchio (un altro ti porgerà il fazzoletto)». L’uomo che ci ha insegnato a camminare, non riusciva a più a restare in piedi. Nessun problema: «Un altro ti porterà (in carrozzina) dove tu non vuoi». Quando ho scoperto che era in corso una pagina di Vangelo, nella malattia di papà, ho spostato tutto, mi sono seduto accanto: amavo cercarlo (pur nella fatica e nell’impazienza) come un ubriacone ama scendere in cantina più volte che può. Ho rivisto la natura dentro la finestra di casa nostra: mio padre era un ramo che si è staccato dall’albero, ma prima di cadere a terra, alcuni rami l’hanno trattenuto per alcune ore, alcuni giorni, qualche mesi. Soccorrere questa carne ferita è avere appreso la grandezza che non avranno mai quanti portano la vita soltanto in trionfo. «Quand’eri più giovane (facevi quel che volevi): adesso che sei vecchio (altri lo fanno per te)» gli ripetevo, sciaquando il mio viso nel suo. In questi mesi, passati tra Vangelo, zuppe e catetere, non ho cercato mai nulla, nemmeno la guarigione: è per questo, forse, che ho trovato tutto. Ho trovato papà: non è mai una perdita di tempo guardare fuori dalla finestra quando non accade nulla.

L’artista, in quell’istante, fa il pieno d’illuminazione: papà è un artista.

A quest’uomo, dopo la vita, devo il grazie più sacro: non averci mai parlato di Dio ad alta voce, come fosse un obbligo, ma aver vissuto in maniera tale che, un giorno, nascesse in noi l’incanto di scoprire dove trovasse quella freschezza. Accuratamente protetta in un carattere intricato, geroglifico, arzigogolato: «della razza delle aquile» (A. de Saint-Ex). Troppo geniale, anche per me, a volte, per riuscire a non dirgli ch’era matto, litigando come due geni in cerca di consenso. E’ stato quest’uomo, però, a raccontarci storie che, oggi, son parte della nostra. Quella di Benedetta Bianchi Porro, quando ancora non era beata: aveva il fiuto di un cane per il tartufo nel non incovare i santi che pregano tutti. È stato lui a farmi conoscere Maria Valtorta, Primo Mazzolari, le mistiche: il Vangelo, dopo averli letti, non è più stato lo stesso. Nella sua officina – chiesa infrasettimanale – non si contano le immagini dei santi più anonimi, collezionate nei santini che cercava ovunque: coltivava un’intimità così profonda con loro che gli invidiavo. Se qualche volta si è arrabbiato con Dio, per loro intercessione ha poi ricucito lo strappo. Agrappandosi a Maria, la Madonna dell’Olmo (di Thiene): ne scrutava l’effige e ritrovava quell’affettuosità di madre che rasserena il cuore di bambino. Quand’era chino sugli alberi motori per riparlarli, sembrava Pasteur assorto sul suo microscopio, Cezanne di fronte alla tela: non l’ho mai visto così immenso come quando riparava delle cose rotte. “Costa meno comprarla nuova, Franco, che ripararla” gli dicevano: lui s’intestardiva a riparare. La luce che brillava negli occhi quando l’aggiustava, bisognerebbe essere stato pittore per decifrarla.

Con mamma, poi, ha scritto (anche riparato) la più bella storia d’amore che con mio fratello abbiamo letto: quasi sessant’anni dal primo sguardo. Qualcuno, frequentandoci, avrà detto che Franco ha delegato in toto a Ivette l’educazione dei figli, il far tornare i conti a fine mese. Ammesso fosse vero, tanto di cappello: occorre avere fiuto-fuoriclasse per individuare l’amministratore delegato migliore a cui affidare la tua azienda senza che ti lasci sul lastrico. Mamma, col papà, ha imparato la fantasia: papà, con la mamma, ha imparato l’ordine. La fantasia, da sola, conduce al casino: l’ordine, da solo, diventa noia. Io, che di papà eredito il carattere e l’estro, ti ringrazio, mamma (anche a nome di Sandro), per l’amore e la misericordia usata con papà: ci state lasciando in eredità una considerevole mole di pensiero da custodire fino all’ora della nostra fragilità, quando qualcuno «tenderà le mani e cingerà la veste portandoci dove non vorremmo». E’ questa la gioia che impedisce di disperare: alla morte, gagliarda, interessa solo il corpo di papà: le ossa, i pochi muscoli, le dita, i piedi consunti. Tutto il resto, com’è dei ladri, lo abbandona a terra, non sa che farsene: si prende solo il tempo. Le cose di cui la morte non sa che farsene, sono la nostra eternità: le risate, le litigate, i giorni di sole, di tempesta, i gesti più piccoli, il timbro di voce, il ritmo dei passi. La sua eterna nostalgia per la Moto Laverda, la sua riconoscenza per l’Amcor: lui che l’ha perso, ha sempre onorato il lavoro. Papà, lungi dallo scappare, sarà più vivo di prima: ha preso domicilio negli occhi azzurri di Emma, nel carattere istrionico di Ginevra, nell’occhio vigile di Sandro, nella mia innata inquietudine. Nel cuore di mamma. Nell’ossessione per i dettagli, l’amore per le riparazioni, in quella domanda tch’era il suo brand: “Scusate, è permesso? Grazie.” Ha vissuto quasi come un eremita: ha mosso i suoi primi e ultimi passi, lentamente, nella stessa contrada. Conosceva il mondo molto più di me, che sono sempre in giro.

Quando Umberto Saba, a vent’anni, ritrova il papà che l’ha abbandonato da bambino, scopre d’avere avuto in dono da lui il regalo più bello. Il suo stesso sguardo: «Ho visto ch’egli era un bambino e che il dono ch’io ho da lui ho avuto. Aveva in volto il mio sguardo azzurrino, un sorriso in miseria, dolce e astuto» Ecco l’eredità di mio papà: il suo sguardo azzurrino. Non è solo il colore lasciato negli occhi di Emma: è un modo di guardare il mondo, trattar le cose, riparare la vita: “Ordine + pulizia = armonia” ha scritto in officina. Oggi piango ma non sono disperato: quando amerò la vita, papà è con me. La morte si è presa soltanto il tempo. Mentre consumava l’ultima cena, la vita è arrivata sfibrata, impacciata, come un autobus al capolinea. Gli ha concesso, però, il tempo necessario per recitare l’Ave Maria, lasciarsi metter a letto, pronunciare a mamma la parola Al-le-lu-ja! Poi, in pace col mondo, è uscito di casa in punta di piedi, piano, all’alba. Quando ce ne siamo accorti, sembrava non ci fosse rimasto quasi nulla da dirci.

In questo quasi nulla, però, c’è tutto il tesoro di una vita.

Che papà ha vissuto come un trapezista su un filo d’acciaio.

don Marco Pozza
Omelia scritta in occasione del funerale di suo Papà celebrato il 7 marzo 2026.

8 risposte

  1. Anche il funerale del mio caro papà è stato celebrato ieri 7 marzo.
    Trovare stamattina questo tuo scritto è stato un grande regalo.

  2. Don Marco ti sono vicina in questo momento di dolore ….Il nostro Signore ti dara’ la forza x superare
    Sentite Condoglianze
    R.I.P. GRANDE UOMO

  3. Un’ omelia dal cuore di un figlio!
    Grazie per averla condivisa. Ancora oggi parlo di mio papà al presente, è sempre con me.
    Luciana

  4. Caro don Marco, anche il mio caro papà e’ fianco al tuo, da 50 giorni. Leggere le tue parole mi coinvolge dolcemente. Mi conforti

  5. Io credo che non ho mai letto una cosa più bella di questa omelia , spero che quando sarà ili mio turno sarò così fortunata di avere anche il 10 % di un’omelia così. Alla fine ho pianto leggendo tutto l’,amore che hai per i tuoi genitori sei veramente un figlio che tutti vorremmo avere grazie Don Marco ❤️

    1. Carissima amica, ricorda sempre che mi hai chiesto di celebrare anche il tuo funerale (un giorno).
      Se, invece, dovessi andarmene prima io, mi raccomando di leggere la Prima Lettura tu!
      dmarco

  6. Splendida commovente omelia che rispecchia una straordinaria ricchezza di sentimenti espressa col tuo stile originale coinvolgente!

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