Don Marco PozzaMarco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è un sacerdote che tenta l'avventura dell'evangelizzazione battendo strade inedite. Divoratore insonne dei libri di Eric-Emmanuel Schmitt, John Boyne e Daniel Pennac, ama coltivare l'investigazione teologica studiando la Bibbia e scervellandosi sulle opere del gesuita francese Michel de Certeau. Quando la mente chiede d'essere sfiatata – come da bambino vedeva fare dal nonno con le botti di vino nella cantina – divora tutta la letteratura sportiva che trova (la produzione di Candido Cannavò in primis). Sottolineando rigorosamente passi e passaggi forieri di ulteriori elaborazioni. L'unico libro doppiato nella lettura (in realtà l'ha letto sinora dodici volte) è di Giovanni Verga, I Malavoglia: il primo amore letterario mai rinnegato.
Appassionato del mondo dei giovani - fino a perdere notti intere a capirne i linguaggi, la grammatica e le tendenze - mentre sta terminando il suo Dottorato in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, continua ad entrare nelle scuole italiane e collabora con testate giornalistiche e di settore. Dal 2011 è autore-scolastico De Agostini Scuola.
Armato di una forza di carattere micidiale, sin dall'infanzia il medico - complice la disperazione delle donne della sua famiglia - l'ha costretto a praticare sport massacranti per evitare il contagio funesto della compagnia: in principio fu il ciclismo, adesso la maratona.
Come dire basta che sia fatica. E tanta!
Eppure nulla l'appassiona più del suo sacerdozio. Che lui ama definire creativo.

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Frammenti di luce per un nuovo abc dell'esistenza
"Questo significa che l'istituzione cristiana si sgretola, come una casa disabitata: i credenti l'abbandonano fuggendo dalla finestra; i riutilizzatori entrano da tutte le porte. Il luogo è attraversato da movimenti di ogni tipo. Viene utilizzato per ogni scopo. Non definisce più un senso e non è più l'indicativo sociale di una fede. La costellazione ecclesiale si dissemina a mano a mano che i suoi elementi perdono l'orbita comune. Essa non "tiene" più, dato che non c'è più un'articolazione stretta tra l'atto di credere e dei segni soggettivi"
(M. de Certeau – J.M. Domenach, Il cristianesimo in frantumi, Effatà Editrice, Torino 2010, 31)
"Noi dobbiamo allora aspettare, accanto a lui, che la sua vocazione si svegli, e prenda corpo. Il suo atteggiamento può assomigliare a quello della talpa o della lucertola, che se ne sta immobile, fingendosi morta: ma in realtà fiuta e spia la traccia dell'insetto, sul quale si getterà con un balzo. Accanto a lui, ma in silenzio e un poco in disparte, noi dobbiamo aspettare lo scatto del suo spirito. Non dobbiamo pretendere nulla: non dobbiamo chiedere o sperare che sia un genio, un artista, un eroe o un santo; eppure dobbiamo essere disposti a tutto. La nostra attesa e la nostra pazienza deve contenere la possibilità del più alto e del più modesto destino"
(N.Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962, 131)
"Il peggior nemico del successo è la paura del cambiamento, perché impedisce alle nuove idee e ai nuovi stimoli di venire allo scoperto. Cambiare sveglia le risorse addormentate, scalda il cuore ed eccita la mente, aumenta la fiducia in se stessi e nella squadra. Illumina la mente. Cambiare è come grattare via da una parete del salotto la vecchia carta da parati della nonna, elegante ma consumata, per dare nuova luce alla stanza con una bella imbiancata.
Non abbiate paura dei cambiamenti, una frase da non dimenticare mai."
(G. Montali, Scoiattoli e tacchini. Come vincere nelle organizzazioni con il gioco di squadra, Rizzoli, Milano 2008, 163)