Come lucertole. Sub specie æternitatis(1). Eccone l'immagine tratteggiata dalla scrittrice Natalia Ginzburg in Le piccole virtù:
Noi dobbiamo allora aspettare, accanto a lui, che la sua vocazione si svegli, e prenda corpo. Il suo atteggiamento può assomigliare a quello della talpa o della lucertola, che se ne sta immobile, fingendosi morta: ma in realtà fiuta e spia la traccia dell'insetto, sul quale si getterà con un balzo. Accanto a lui, ma in silenzio e un poco in disparte, noi dobbiamo aspettare lo scatto del suo spirito. Non dobbiamo pretendere nulla: non dobbiamo chiedere o sperare che sia un genio, un artista, un eroe o un santo; eppure dobbiamo essere disposti a tutto. La nostra attesa e la nostra pazienza deve contenere la possibilità del più alto e del più modesto destino(2).
lucertola4Loro come lucertole. Noi come giocatori di scacchi. Per accenderne il balzo verso l'insetto, il sogno, il futuro. Posizionati in fronte alla scacchiera, una regola c'addestra al gioco: ognuno muove sempre e solo i suoi pezzi. E' vietato dirigere la traiettoria dei pezzi avversari.
Al posto delle lucertole metteteci quegli adolescenti che ancora bivaccano sui gradini della chiesa di paese. Oppure posizionateli sulla parte opposta della scacchiera, come vostri sani e mesti avversari. Non si possono spostare a piacimento, non si possono nemmeno toccare: pena la scorrettezza della partita. Si possono solamente stimolare all'azione attraverso la manovra delle nostre pedine. Come lucertole sotto il sole d'agosto: sarà il passaggio di un veloce insetto ad accendere il loro guizzo. La lucertola non la puoi dirottare: è lei che, spinta e sospinta nel suo interno, si tuffa guizzando verso l'esterno. In lei s'è acceso qualcosa. Come nel giocatore di scacchi: davanti alla mossa dell'avversario, nasce in lui l'intuito di una contromossa che accende, anima e fa esplodere una partita a scacchi.
Un'intuizione partoritasi di primo mattino - quanto sono belle le imprese compiute di primo mattino tramandateci dalla Scrittura Sacra! - dietro le sbarre del Carcere Giudiziario Regina Coeli di Roma. In mezzo a giovani che la società ha relegato al ruolo di mostri e di lupi ho scoperto storie meritevoli d'essere raccontate. Perché, se scrutati nel volto, dei più ci si accorge che mostri non lo sono. O per lo meno non lo sono sempre stati. O magari non lo saranno più. Dentro le celle, ad anime aperte, s'avverte solo un bisogno: di giocare a scacchi. Non ci sono fanti, cavalli o torri da spostare ma il bisogno di semplificare loro ciò che hanno fatto, quasi fosse una pagina scritta in lingua straniera. Evocare il lato affettivo del reato commesso, di-spiegare davanti al loro sguardo spento la violenza di un gesto cieco. Saranno loro a prenderne le distanze. E, forse, a rabbrividire.
Non si possono spostare le loro pedine. Ma è doveroso giocare le nostre. E se giocando le nostre s'accende la curiositas del gioco nell'avversario, la partita diventerà più emozionante. Fino a imprigionarci per passione nel gioco. Prigionieri contro prigionieri per decifrare la vita.
Uno stile di pastorale ospitante. Contemplare l'appostamento di una lucertola, scrutare agitati gli occhi di un carcerato o inabissarsi nella distrazione di un'adolescente per condividere la lacerazione dell'attesa: di un insetto passeggero, di una vita risanata, di una giovinezza innamorata. In tutti e tre - lucertola, carcerato e giovane - di un'immaginazione accesa. Perché nessuno può spiegare il perché del balzo di una lucertola, il perché di un carcerato che rientra in se stesso, il perché di un giovane che decide di re-immaginarsi la sua vita: «si può chiedere all'uccello la ragione del suo canto?»(3). A noi, però, spetta la compassione di chi, con amorosa attesa e partecipata cura, prepara le condizioni che favoriscano tali nascite.
Seduti sui gradini come loro - di una chiesa o di un'esistenza poco differisce - è un grido quello che, tacitamente ignorando, ci stanno lanciando con la loro apostasia silenziosa: liberateci! Sono biografie ferite, assetate, anelanti praterie su cui giocare in libertà, boschi di montagna in cui perdersi per poi ritrovarsi, strade che incrocino volti, sguardi e silenzi arricchenti. Ma la liberazione passa attraverso l'affectus di maestri che siano tali. Perché anche i ministri depositari del sacro, come la scuola di Daniel Pennac, dovrebbero convincersi che è il somaro l'alunno normale:
Il buon senso pedagogico dovrebbe rappresentarci il somaro come lo studente più normale che ci sia: quello che giustifica pienamente la funzione di insegnante poiché abbiamo tutto da insegnargli, a cominciare dalla necessità stessa di imparare! E invece no. Sin dalla notte dei tempi scolastici, lo studente ritenuto normale è quello che oppone meno resistenza all'insegnamento, quello che si presume non dubiti del nostro sapere e non metta alla prova la nostra competenza, uno studente che ci faciliti il compito, dotato di una capacità di comprensione immediata, che ci risparmi la ricerca delle vie d'accesso al suo intelletto, che cessi di essere un ragazzino turbolento o un adolescente problematico durante la nostra ora di lezione, uno studente convinto sin dalla culla della necessità di tenere a freno i propri istinti e le proprie emozioni mediante l'esercizio della ragione se non si vuole vivere in una giungla di predatori(4).
E questi somari - ai quali un giorno pure il Figlio dell'Eterno chiese un passaggio verso Gerusalemme - s'aggregano con Tillard nell'affiggere l'epigrafe di un certo tipo di cristianesimo: «fine dell'arroganza delle vecchie cristianità»(5). E di uno stile dalle movenze assonnate.
Punto e a capo. Chi d'ora in poi vorrà parlare di Dio troverà qui un aggancio di partenza credibile e in-credibile. Credibile: guardiamo la vastità vuota delle chiese. In-credibile: quell'apparente allontanamento è inabitato e bersagliato dalla Grazia: parola di Karl Rahner.
Del Nazareno la teologia racconta e tratteggia la sua ospitalità aprente, accogliente, sanante. S'innamora della sua innata capacità di trasformare l'immaginazione di chi incrocia fino a far pescare di giorno, camminare sulle acque di notte, al mattino spostarsi altrove perché Cercato. Alla sua dimensione ospitante il teologo francese Christoph Theobald(6) addita come ad una traccia da seguire e per-seguire per leggere tra le brume del nostro tempo il profumo di una Pasqua di stupori e meraviglie nuove che si stanno avverando. Perché l'uomo - e il giovane ne è la versione vergine - è capace di tutto: del massimo male possibile. Ma anche del massimo bene impensabile. Solo lo stare seduti impedisce l'arditezza dello sguardo.
La tentazione di Pietro rimane intrigante: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Mt 17,4). Ma non sapeva quello che diceva, ci rassicura l'Evangelo. Perché la consegna era stata chiara: amati per amare, guariti per guarire, rialzati per rialzare.
Heri, hodie et semper.
Antoine de Saint-Exupery, l'aviatore - scrittore francese, un giorno condivise con i suoi lettori la desolazione del suo spirito: «A tormentarmi non sono né quelle cavità, né quelle gibbosità, né quella bruttezza. Mi tormenta che in ognuno di questi uomini c’è un po’ Mozart, assassinato. Solo lo Spirito, se soffia sull’argilla, può creare l’uomo»(7). Ma come affinare la predisposizione di quelle anime - anime giovani e migranti - perché sveglino il Mozart che sono, si preparino allo scatto come lucertole, s'appostino concentrate come un centometrista attento allo sparo della pistola, si vestano come invitate per entrare al banchetto all'arrivo dello Sposo?
Se ogni uomo è bersagliato e braccato dalla Grazia, a noi non è chiesto d'aggiungere nulla dall'esterno. Ma abbiamo il compito di ri-chiamare dentro all'animo del fratello la voce che già possiede, d'allargare l'immaginazione per accendere l'umanità, di ri-svegliare l'immagine di Dio. Partiamo con un vantaggio: la voce non gli sarà estranea. Ma c'aspetta un compito: la nostra voce non sarà un semplice risveglio di suoni già conosciuti, ma un portarli a compimento. Un farli esplodere(8).
Tentiamo ora d'immaginare come possa avvenire la liberazione - perché quel liberateci! c'interpella e ci strapazza in quanto educatori - nelle menti di quei nostri adolescenti perché possano avvertire la nostalgia dell'Eterno dentro le brume del tempo presente.
E' una proposta semplice tessuta di giovinezza, di creatività e di passione. Perchè chi scrive è una penna giovane che - seppur sacerdote abbeverantesi alle fonti della teologia - all'anagrafe serba l'identità dei ragazzi di cui ritrae le immagini, i sogni, le ferite. Con loro condivide tante sere e altrettante notti sotto il cielo del Nord Est italico, qualche spritz e parecchie sfide. Unitamente a più di qualche momento di raccoglimento. Questa riflessione è un atto d'amore verso questi suoi fratelli: in bilico tra l'essere cristiani anonimi e l'essere non cristiani anonimi. Qualunque sia lo stato di salute delle loro anime migranti, nello scrutare i loro sguardi spenti e delusi giace l'imprinting di questa riflessione. Convinti che aver fede è prima di tutto acquisire la bellezza del vivere.
Alea iacta est!


1. Liberateci le parole: spinti e so-spinti da una conchiglia.

parole3Una parola - rubata alla britannica lingua - quegli adolescenti conoscono bene, pronuncia compresa: cool. Parola che si dice per apprezzare, convalidare, esprimere una conferma. Trasportata nell'italica lingua è emblematico il risultato: fresco. L'unica caratteristica concessa alle azioni umane e, forse, anche alle parole: non possono mai permettersi d'essere calde o di mantenersi calde. Sono appetibili finchè rimangono cool ed essere tali significa essere ok. Che le parole riscaldino significa ammettere la loro identità d'ammaliatrici e muse, di seduttrici e guerriere, di streghe, poetesse e incantatrici. Il loro potere di coinvolgere e sorprendere. Se sono così non sono fresche, quindi non sono cool e, di conseguenza, non sono ok. Ma nemmeno entusiasmano.
Ignacio Ramonet, citato dal sociologo polacco Zigmut Bauman nella sua ultima fatica letteraria, Consumo, dunque sono - ha calcolato che negli ultimi trent'anni siano state prodotte nel mondo più informazioni che nei cinquemila anni precedenti, mentre un solo numero domenicale del New York Times contiene più informazioni di quante ne poteva consumare un erudito del Settecento in tutta la sua vita(9). Straziante la conseguenza: fiumi di parole hanno anestetizzato il potere della parola che - moltiplicata, clonata e svuotata - è diventata cool. Nel nostro percorso emerge subito un ostacolo da rimuovere per far esplodere la pienezza dell'essere giovane: oggi le parole pronunciate o digitate non raccontano più il viaggio della scoperta spirituale. Parlano ma non comunicano, scrivono ma non creano, chiacchierano ma non scavano. Basti pensare ai tanti slogans e frasi fatte di cui ogni giorno facciamo nervosa esperienza negli autobus, nella metro, lungo le vie di paese. O di città. Il malessere del senso comune - che nell'impianto teologico di Bernard Lonergan ostacolava la via all'innamoramento e alla conversione - ha straripato anche nel campo della razionalità e dell'interiorità: impoverendole. Ma l'offesa e lo sprezzo della parola crea disagio alla Parola. Dal mio piccolissimo osservatorio temo che anche il discorso sulla comunicazione della fede non sia estraneo a questa osservazione. E mi perdoni il mio lettore s'avverto un po' di svolazzante verità nelle parole di quell'anonimo curato reso celebre dalla penna di George Bernanos:
La parola di Dio! È un ferro rovente la parola di Dio. E tu che la insegni vorresti pigliarla con le molle per non bruciarti, non la afferreresti a piene mani? Lasciami ridere: un prete che scende un po’ ringalluzzito ma contento dal pulpito di Verità, con la bocca a culo di gallina, non ha predicato, ha fatto le fusa se mai. Bada che può capitare a chiunque: siamo dei poveri dormienti, e certe volte che fatica del diavolo svegliarsi! Anche gli apostoli, comunque, dormivano a Getsemani. Ma insomma bisogna distinguere. E capirai anche che chi si scalmana e suda come un facchino non sempre è più sveglio degli altri, no. Dico soltanto che quando per caso il Signore mi cava fuori una parola che è utile alle anime, la capisco dal male che mi fa(10).
«Fare le fusa» è diverso da «parlare»: la prima addormenta compiacendo, la seconda infastidisce dispiegandosi. Perché la parola risveglia, provoca, fa nascere. Interpella, scuote, accende la creatività, spalanca gli orizzonti, dischiude i passi. Mette in piedi. Non sarà un caso se pure l'Eterno un giorno si decise ad usare la parola per comunicare Se Stesso: altissima dignità a conferma di un'altissima potenzialità. E il Figlio dell'Uomo s'aggrappò pure alla parola - trasformata in parabola, ammonimento e stupore - per rimettere in piedi esistenze smarrite. Parole piene, traboccanti, tuonanti. Di quel tuono che «saetta fiamme di fuoco, scuote la steppa, scuote il deserto di Kades, fa partorire le cerve e spoglia le foreste» (Sal 29). Parole che raccontavano di un viaggio interiore.
Oggi il teologare di laboratorio annuncia l'avvento o l'auspicio di una pastorale di generazione e di una teologia narrativa. Salvo poi scoprire che i «campanili sono muti» (CEI, 2004) e alla loro ombra gracchia ancora quella forma di catechesi messa alla berlina dal convertito francese Charles Peguy: «siamo stati obliterati, annullati, intontiti, abituati, smussati da anni e secoli, da generazioni di catechismo, d'insegnamento, più o meno ecclesiastico, generalmente universitario, generalmente scolastico»(11). Non si spiegherebbe altrimenti la stanchezza mesta che s'avverte di fronte a parole fulminanti come Dio, Cielo, Eternità. Trinità, Incarnazione, Giudizio Universale. Vangelo, Scrittura, Ascesi. Quaresima, digiuno e astinenza. Virtù, precetti e opere di misericordia. Conversione, pentimento, innamoramento. Sacro Cuore, Immacolata, Pentecoste. Peccato e desiderio. Parole “sintesi” che faticano a trattenere il Mistero stesso. Eppure ai tempi di Cristo le medesime parole sciolsero cuori restii alle fusa: quello del centurione romano, di Nicodemo, di Zaccheo. Della moglie di Pilato, di peccatori e demòni. Se la fonetica o il timbro della voce possono cambiare, è il calore - traduzione di una coscienza innamorata e ordinata - che sveglia, ri-sveglia, innalza.
E' l'esempio della conchiglie che le onde trasportano sulla riva del mare: non parlano ma riallacciano tra di loro echi lontani e conquistano gli occhi infanti. Per Karl Rahner è proprio questa la differenza: tra le parole che sono come «farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari»(12), e le parole viventi, che esistono da sempre che
quasi per miracolo, rinascono continuamente […] lasciano trasparire l’infinita gamma della realtà, simili a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità. Sono esse che ci illuminano e non noi ad illuminarle […] sono doni di Dio e non invenzioni umane, anche se è grazie alla tradizione degli uomini, che sono potute giungere sino a noi(13).
Le chiese si svuotano. Ma le piazze si riempiono. Forse che in piazza s'intercettano ancora parole che richiamano - a modo loro - il mistero? Parole come «fiori, notte, stella e giorno, radice e fonte, vento e sorriso, rosa, sangue e terra, fanciullo, bacio, fulmine, respiro, quiete»?(14) Parole che custodiscono vergine quella frequenza eterna di desiderio che ancora riesce a penetrare nell'abisso del cuore facendo sì che - splendida immagine rahneriana - l'essere «porga l'orecchio ad un Silenzio»(15). Queste parole - delle quali la comunicazione di massa e il mondo pubblicitario dimostrano di tenere meravigliosa e sublime padronanza - faticano a trovare spazio dentro le cattedrali della liturgia e del pensiero. Sono viste con sospetto perché non definibili, non ammaestrabili, passibili di ulteriori balzi. Primigenie - direbbe il teologo di Friburgo -. Evocatrici di bellezza. E la fuga della teologia dalla bellezza ha lasciato come traccia l'incapacità di parlare di quella Verità che, complice l'ottundimento spirituale degli affetti, non attrae. Perché non tocca più il cuore. Scriveva il Card. Joseph Ratzinger riflettendo sulla proposta estetica di padre von Balthasar:
La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della Bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, «dalla personale Presenza di Cristo stesso» come dice Nicolas Kabasilas. L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la Bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo(16).
E' l'esperienza a raccontarcelo. Basti pensare a quello stuolo di manager che - simili ai cammelli che invasero Gerusalemme - d'estate vanno a rinchiudersi nel silenzio dei monasteri di clausura; a quei giovani che, zaino in spalla e vesciche nei piedi, s'incamminano sotto la canicola d'agosto verso Santiago de Compostela, la comunità di Bose, l'Eremo delle Carceri di Assisi, la comunità di Taizè alla sudata ricerca di parole aprenti, ospitanti, bibliche. O a tutti quegli adolescenti che, ignari, chiedono un giorno intero di “deserto” nei campeggi estivi delle parrocchie. Manager, giovani e adolescenti cercano quello che l'ombra del campanile - o del Cupolone - dovrebbe offrire nel quotidiano come segno e anticipo della sua novitas. Eppure in questi luoghi silenziosi - concorrenti diretti dei “non luoghi” profetizzati da Marc Augè - il trucco non gode di diritti d'autore ma si offre a chi è interessato: sono parole che nascono in ginocchio e che chiedono il prezzo del raccoglimento. Sono versi di Scrittura nuda, frasi ripetute - magari al tocco di una cetra, di un violino o dell'arpa -, silenzi preparati, parole calate dal Cielo senza interferenza. E si esce unificati: il puzzle è ricomposto. O, almeno, c'è traccia di possibilità.
Non per nulla una delle cause che Paul Tillich adduce per parlare dell'irrilevanza del cristianesimo oggi è proprio l'insignificanza del linguaggio cristiano. E dei suoi simboli che
hanno perso il potere di trafiggere l'anima: di rendere inquieti, ansiosi, disperati, gioiosi, estatici, recettivi nei confronti del significato. Spicca l'esempio del Gesù dalla voce gentile, emaciato, sentimentalizzato, la cui immagine è appesa nelle aule di catechismo e nelle pareti laterali delle chiese. Questo Gesù non ha nulla da dire ai forti della nostra epoca. Ma, al di là di questo, la parola “Gesù” non comunica più nel profondo […] E' diventata incomprensibile(17).
Aveva ragione, dunque, il curato francese in capo alla salita di Saint-Vaast: nel mentre osservava la sua parrocchia, tremava nel vederla divorata dalla noia(18). Ahimè: le parole non parlavano più. Come oggi in troppi oratori: una parola del Vangelo - semplice per natura tanto che la devono intendere pure i bambini - la si riveste di un bans stile associazionismo. Il bans - scopiazzato a piacimento tra associazioni complici - lo si spiega attraverso un disegno. Il disegno lo si anticipa con una spiegazione. La spiegazione viene subito dopo l'introduzione che, stranamente, parte sempre da sponde lontane di misticismo più o meno ortodosso. Il tutto per paura che la Parola sia di difficile interpretazione: cioè che lo Spirito Santo abbia bisogno di interpreti. E così si passa una vita a sgomitolare tutta questa matassa per scoprire - come Mosè sul Monte Nebo - il Vangelo a due passi. E non aver avuto il tempo d'entrarci. Peccato fosse la Buona Novella unificatrice, le cui parole - rammentava Sergio Quinzio - «vanno ascoltate, da chi può ascoltarle, d'impeto, nella loro totalità, senza analisi interminabili, attraverso le quali mai la Maddalena sarebbe andata a Gesù»(19).
Ma come ritrovare il sapore della parola, anche di una sola parola che «come un semplice punto aiuti a comprendere l'infinito?»(20) Stupisce e accende la riflessione che la perdita di sapore delle parole - e della Parola - coincida con un dis-innamoramento della lettura e dello studio della letteratura e della poesia. Sembrano un po' i tempi della Repubblica di Platone: per i poeti e gli artisti non c'è posto. E l'accusa è sempre la stessa: a che serve perdere tempo a giocare con le parole? Eppure tutti, almeno una volta in vita, ci siamo imbattuti in una situazione simile a quella descritta dal Pennac scrittore:
Mi sembra che avessero uno stile (i tre professori). Erano artisti nella trasmissione della loro materia. Le loro lezioni erano atti di comunicazione, certo, ma di un sapere talmente padroneggiato che passava quasi per creazione spontanea. La loro disinvoltura faceva di ogni ora un avvenimento che potevamo ricordare in quanto tale. Come se la professoressa G resuscitasse la storia, il professore Bal riscoprisse la matematica e Socrate si esprimesse per bocca del professore S.! […] La loro influenza su di noi non finiva qui […] Non cercavano di far colpo su di noi. Non erano di quei professori che si vantano del loro ascendente su un gruppo di ragazzini in cerca di un'immagine paterna. Non so neppure se si rendessero conto di essere dei maestri liberatori (corsivo mio)(21).
La nostalgia di una catechesi avvincente, di parole libere e delicate(22), di sillabe felici. La letteratura(23) nasconde una potenza enorme: quella di concentrare in una rima, in una sillaba, in un muto accento interi tratti dell'esistenza. Marcel Proust paragonava la letteratura ad uno strumento ottico che permette al lettore di sviluppare delle fotografie scattate giorno dopo giorno che forse, senza il libro, non avrebbe mai osservato. La nostra vita come una collezione di “lastre oscure” da sviluppare. Ecco la creativa possibilità di uno scrittore che «scatena in noi nello spazio di un'ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte». Come i suoi pomeriggi passati sotto la pergola a leggere libri che contenevano «più avvenimenti drammatici di quanti non ne contenga, spesso, un'intera vita»(24). Inabissarsi nella letteratura è accettare la sfida di decifrare il mondo e lo spirito perchè la lettura «ha un ruolo - scrive il gesuita Antonio Spadaro - di preparatio al lavoro spirituale del pensiero e della creazione e distoglie dalle superficialità e dal turbinio che impedisce l'ingresso al mondo interiore»(25). Lo stesso concetto che ho raccolto su un muro del carcere di Roma dove campeggiava una citazione di Cesare Pavese:
Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra - che già viviamo - e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.
Pure la Scrittura è un prezioso testo di letteratura. Al quale s'aggiunge il di più datole dalla Provenienza verticale: lo Spirito è creativo e all'opera nel mondo. Essere cittadini del Vangelo significa essere ciechi, zoppi, ricchi epuloni e prostitute, pescatori e notabili, scribi e farisei nel medesimo istante perché la lettura del testo legge la tua vita, la coscienza di chi legge è parte integrante dell'opera. Massimo Troisi nel celebre film Il postino lo sintetizzò in una delle sue espressioni geniali, messa sulle labbra del poeta Neruda: «Le poesie non sono di chi le scrive, ma di chi le sente proprie». Cosicchè anche un'opera apparentemente non teologica o non religiosa possa divenire tale in quanto stimola la ricerca in chi la frequenta: quello che attraversiamo ci cambia. Ecco perché - accettata la faticosa abitazione e in-abitazione della Parola - riuscirebbe ad incantare pure giovinezze distratte e apparentemente disinteressate. Perché tra i suoi sentieri scoprirebbero l’alfabeto per leggere il mondo: la grandezza di un capolavoro che dice brutalmente e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l'incanto e il sapore di cenere, l'altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a scorgere un Dio che li trascende, li sorregge o li annienta. E la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere.
Liberate le parole!
Per poter tornare a viaggiare «su ali d'aquile» (Es 19,4).


2. Liberateci il tempo: il mondo a piedi.

Ma che cos'è il tempo?
Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so: così, in buona fede, posso dire di sapere che se nulla passasse, non vi sarebbe il tempo passato, e se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe il tempo futuro, e se nulla fosse, non vi sarebbe il tempo presente. Ma in quanto ai due tempi passato e futuro, in qual modo essi sono, quando il passato, da una parte, più non è, e il futuro, dall'altra, ancora non è? In quanto poi al presente, se sempre fosse presente, e non trascorresse nel passato, non più sarebbe tempo, ma sarebbe, anzi, eternità. Se, per conseguenza, il presente per essere tempo, in tanto vi riesce, in quanto trascorre nel passato, in qual modo possiamo dire che esso sia, se per esso la vera causa di essere è solo in quanto più non sarà, tanto che, in realtà, una sola vera ragione vi è per dire che il tempo è, se non in quanto tende a non essere?(26)
tempoLa riflessione sul tema del tempo è una tra le più celebri di quelle che impreziosiscono la teologia del santo vescovo Agostino d'Ippona e che possiamo incontrare smarrendoci nella lettura della sua opera Le confessioni. Per il grande convertito africano, quello di cui l'uomo ha percezione riguarda esclusivamente il tempo presente. Il passato e il futuro esistono solamente come proiezioni dell'animo umano: il passato vive sotto le vesti del ricordo e il futuro è rivestito di anticipazione. Solo il presente è avvertito come qualcosa di continuativo. Sulla scia del pensiero agostiniano, potremmo dire che la dimensione temporale in cui l'uomo abita è “tridimensionale”: il presente del presente, il presente del passato, il presente del futuro. Ovvero la memoria, l'intuito e l'anticipazione. Per l'uomo è impossibile - in virtù del principio di non contraddizione - abitare contemporaneamente tutte e tre le dimensioni. Solo Dio, essendo eterno, è oltre la dimensione temporale. Con questa visione, Agostino sancisce la rottura con il pensiero antico in cui si professava la dinamica ciclica del tempo (basti pensare al concetto stoico di apokatastasi): per lui Dio crea il tempo come una successione lineare di eventi che non si ripeteranno mai due volte. Eventi ai quali l'Eterno - che del tempo è ideatore e custode - si riserva di porre fine nel giorno del Giudizio Finale, dopo averlo incastrato tra due giardini: l'Eden e la Gerusalemme Celeste. Il tempo nella bellezza!
La questione del tempo si rivela tutt'altro che secondaria al fine di sanare l'immaginazione giovane ferita e riscoprire l'importanza dell'affectus verso Dio. Perchè se l'indifferenza che abita il popolo giovane nei riguardi dei perchè ultimi della vita è stata intercettata al livello del cuore e non dell'intelletto, allora una sana «ginnastica del desiderio»(27) potrebbe rivelarsi quanto mai utile per riscoprire il bisogno di dire Dio nella propria esistenza. Il concetto di desiderio è molto legato al concetto del tempo: è la coordinata temporale che attesta e sancisce la differenza tra desiderio e voglia. Mentre il primo chiede tempo per dispiegarsi, maturare e divampare la seconda invoca l'istantaneità, la smaltibilità e, sopratutto, non chiede ginnastica. Cioè tempo per poter giungere a pienezza. Fino a consumare l'attimo presente come se non esistesse nessun'altra dimensione.
A chi segue da appassionato cultore le traiettorie delle biografie giovani, non sono estranee dinamiche come l'istantaneità, l'attimo come possibile big bang, il sovrappeso della coscienza credente, l'incapacità di scrivere il domani. Sono tutte sfaccettature che calano dirette da un concetto di tempo faticoso da abitare. O meglio: il tempo contiene una dimensione molto biblica - il concetto d'attesa - che oggi sembra suonare sgradito nelle menti giovani. Abituate al culto perentorio dell'istante, del carpe diem. Lo scrittore francese Christian Bobin ha un'immagine stupenda per descrivere proprio questo concetto che oggi si cerca di fuggire, l'attesa:
L'attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo. E' un fiore povero che guarisce tutti i mali. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare. Per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno. Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa - di un amore, di una primavera, di un riposo - viene sempre soddisfatta di sorpresa […] Come se la vera formula dell'attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l'imprevedibile(28).
Forse, è proprio questo che va aiutato a rinascere per sanare l'affetto verso Dio: il futuro come una dimensione dell'essere. Ed è qui che il desiderio - inteso come possibilità di immaginarsi un domani diverso dall'oggi - trova il suo habitat e le energie necessarie per superare eventuali difficoltà del momento presente. Elaborare una progettualità biografica - eco di quella “regola di vita” tanto citata dai vecchi educatori nei tempi di formazione - permette di tener presente la differenza tra desiderio e illusione. Sopratutto oggi quando la frequentazione di agorà giovani sta mostrando al mondo adulto la conseguenza di un certo tipo di educazione centrata sul disinteresse per il futuro: annebbiandosi il futuro scompare pure la coscienza morale, cioè quella griglia di lettura che permette di valutare il peso di un'azione tenendo tesi due poli: l'io ideale e l'io attuale. E, infiacchendosi la coscienza, viene meno pure il bisogno della riflessione e dell'interiorità, luogo dal quale - secondo l'architettura di Bernard Lonergan - è possibile intravedere e contemplare tutta la differenziazione della coscienza: basta aver provato a discutere di eternità con esistenze giovani per capire la profondità dell'abisso in cui abbiamo piantato la tenda. Fino a farci raggiungere dal dubbio di non aver mai avuto l'occasione d'incontrarci nella nostra globalità. Pertanto non stupisce che, in fronte a tale vortice, oggi il potere della magia abbia un sopravvento così esorbitante. Non ci coglie alla sprovvista dal momento che essa, cancellando e facendo sembrare ridicolo il tempo dell'attesa, fornisce risposte (o illusioni) firmate di immediatezza. E, volgendosi alle sembianze delle vecchie favole, ridicolizza la speranza.
Scrive il Papa Benedetto XVI nell'enciclica Spe salvi:
«L'uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze – più piccole o più grandi – diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell'uno o dell'altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre [...] Noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere (n. 30-31).
E' meravigliosa l'intuizione nascosta dal papa-teologo tra le righe: la speranza non ha solo valore se legata al momento sperato. Ma, nell'attesa di tale momento, è in grado di rileggere e trasformare anche l'oggi. Fino a diventare la speranza - cioè la trasformazione - di un'intera comunità.
Non ci sembra fuori luogo questa riflessione nel contesto più ampio di quella panoramica scattata a mò di provocante esempio sui gradini della chiesa. Perchè qualora ai giovani - iperconcreti oltrechè iperconnessi - non vada offerta la possibilità d'immaginarsi e desiderare un futuro da protagonisti, sceglieranno da loro stessi di diventare quegli eroi di cui la società di Bertold Brecht auspicava di non averne bisogno. In questo senso la speranza - categoria che s'innesta nella radice del tempo - ridisegna anche l'attimo presente. E' uno spunto che rimbalza pure dal mondo laico. Lo psicologo Mauro Grimoldi nel suo libro Adolescenze estreme. I perché dei ragazzi che uccidono sviluppa un pensiero molto vicino alla nostra prospettiva:
L'adolescente è terribilmente consapevole, forse più di ogni altro. Del tempo che passa. Si fanno un mondo di cose nel tempo dell'adolescenza: si impara ad essere qualcuno rinunciando a essere qualcun altro, si presenta al mondo un'immagine di sé, si decide cosa rispondere alla domanda seria sul cosa fari da grande, e si impara ad amare. Rimanere indietro in una di queste faccende è gravissimo, perchè gli altri vanno avanti rapidamente e c'è il rischio d'invecchiare e morire senza essere mai vissuti […] In adolescenza il pensiero corre spesso alla morte […] All'adolescente bisogna invece dire che domani tutto sarà diverso e possibile, differente dall'oggi. La speranza - intesa come capacità d'immaginarsi qualcosa di buono di là da venire e raggiungibile in tempi e con sforzi ragionevoli - è stata uccisa o è gravemente compromessa in questi ragazzi(29) (corsivo mio).
Immaginare con la speranza, quindi, appare una forma di carità che permetterebbe al singolo di scrollarsi di dosso quel fastidiosissimo senso di distrazione («distracted from distraction by distraction»)(30) che qualche responsabilità potrebbe tenere in questa dis-affezione verso Dio. Perchè se il tempo - e con esso la speranza, che potrebbe essere il suo nome declinato al futuro - è visto come una minaccia più che un'occasione di ricerca della pienezza, allora la scommessa è quella di battagliare con esso. Ma se il tempo è letto come dinamica di sviluppo dell'essere, allora diverrà motivo di cura e appassionata lettura. Di-strarre l'animo significa spostarlo da quello che dovrebbe essere il suo baricentro: lo stare. E - abitando lo stare, dimensione biblica e apostolica(31) - vivere, sognare e desiderare. Cioè, per dirla con Agostino, essere capaci di memoria, di intuito e d'anticipazione. E' una forma di “teologia” attualizzata che ho appreso - all'approssimarsi dell'autunno - in una classe di studenti liceali di Treviso quando, al termine di una lezione sul senso dell'eternità come sfida per il giovane d'oggi, una ragazza lesse alcune righe di un testo di David Le Breton intitolato Il mondo a piedi. Elogio della marcia:
Spesso il viaggiatore è un uomo disponibile: non dovendo rendere conto a nessuno, è l'uomo delle occasioni, l'artista del tempo che passa, il bighellone delle situazioni, che camminando fa sua la provvista di scoperte. “Una vita passata a non guardar più le ore” pensa Stevenson “è l'eternità”(32).
Ne traiamo una puntualizzazione severa dentro il nostro discorso: la fretta - cioè il disgusto del tempo - ci toglie la cura del particolare che, se allenata, è una grande ginnastica sopratutto del pensiero e del desiderio giovane. Imparare e leggere un microcosmo è una delle scoperte che più intrigano e seducono il cuore giovane perchè, nell'apparente insignificanza, scopre rimandi ad esperienze più grandi e coinvolgenti. E la cura dei particolari tante volte è lo specchio di un'interiorità sensibile e delicata. Dall'altra parte, un viaggiatore frettoloso è molto spesso un viaggiatore distratto. Per usare un'immagine che tanto piace tra le aule della teologia, il pellegrino cede il posto al turista: al quale interessa più lo scattare una foto che il prendersi del tempo per la contemplazione. Geniale, quindi, l'intuizione di quella ragazza nel voler leggere quella frase, calcando le parole: «una vita passata a non guardar più le ore è l'eternità».
E di nostalgia d'eternità grondano le biografie giovani. Basti pensare a tutti quegli avverbi di tempo continuato usati nei graffitti con cui si scarabocchiano gli zaini, si riempiono i messaggi sul cellulare, si ornano i lucchetti lasciati in calce alle assolate pietre di Ponte Milvio: per sempre, forever (4ever), in eterno, per tutta la vita, per il tempo che rimane, finchè il sole splenderà. Ma, forse, è un senso d'eterno che chiede d'essere purificato perchè una cosa è che nasca dall'intelletto e dalla voglia, altra cosa è farlo approvare dal cuore e dal desiderio. C'è un'esperienza che tocca le pieghe e le piaghe a fare la differenza tra le due.
E qui - nella dimensione del tempo - il cristianesimo tiene una carta vincente che corrisponde all'altissima dignità che l'Eterno riserva alla dimensione temporale. Basterebbe riannodare il tutto attorno all'evento dell'Incarnazione: un Dio che, frequentatore dell'Eterno, decida d'entrare nella dimensione propria dell'uomo è un Dio che dà grande fiducia allo scorrere dei giorni. Ma c'è un di più che nasconde una chance intrigante: il fatto che l'Eternità si giochi nel tempo. O meglio: che il tempo sia l'occasione fornitaci in fronte alla quale decidersi per l'Eterno (il Paradiso) o il Finito (l'Inferno). Troviamo incredibilmente attraente il volto di un Dio convinto e convincente nel far giocare la partita della storia tra le brume fastidiose di un tempo vissuto sempre più come condanna. Quasi a voler certificare che nessun gesto - e ogni gesto compiuto racchiude e delimita un frammento di tempo giocato - passa inosservato nella costruzione del futuro. E dell'Eterno.
Anche se nell'ottica pitturata dal cristianesimo il tempo ha un segmento faticoso da incontrare e accettare, sopratutto se l'anagrafe è giovane: la constatazione che il bello deve sempre ancora venire. Oggi è una giornata meravigliosa, ma domani potrebbe essere ancora migliore. Perchè nessun frame dell'esistenza può permettersi di bloccare lo stupore nascosto nell'avvenire. Anche se certi attimi - per intensità molto prossimi all'Eterno - possono essere un valido aiuto a tener desta l'immaginazione del futuro(33). Ricorriamo ad un esempio per spiegare tale dimensione.
Ognuno, forse, custodisce nel cuore l'attimo in cui ebbe la sensazione di conoscere quell'amico, la sua donna, il suo sposo con una profondità inaspettata. Come se l'occhio fosse riuscito a poggiarsi sull'abisso della sua anima. E lì ha scattato una foto preziosa, la foto che attesta la vera bellezza di quell'amico. Chissà quante altre volte s'incroceranno, s'abbracceranno, si daranno appuntamento: ma non sempre i due si vedranno con tale profondità. Eppure quell'immagine è stata registrata in fondo al cuore e, nella quotidianità, ogni tanto rimbalza a ricordare la sua presenza. E' una sensazione che sfiora l'incanto poter custodire qualcosa che profumi di pienezza. Ma lo stupore sarà ancora maggiore quando scopriremo, magari dopo anni, una sfaccettatura inedita, un altro particolare, magari solo un sospiro che impreziosisce ancor più quella fotografia che pensavamo fosse il non plus ultra. Quella foto è bellissima. Ma è ancor più ammaliante il pensare che il futuro possa riservare particolari più intriganti. Anche Pietro, condotto sul monte della Trasfigurazione, voleva bloccarsi a quella foto (Mc 9,2-10): ma Cristo glielo impedì. Bisognava tornare al lavoro di tutti i giorni attingendo a quella foto nei momenti di tristezza. E sotto quella Croce chissà quante volte l'avranno spolverata quella foto.
In un'epoca bombardata da impulsi esterni che tendono a leggere il tempo solo come istante negandogli l'agostiniana sfaccettatura di memoria e anticipazione, il cristianesimo mostra un lato inedito all'uomo d'oggi: la possibilità di abitare il tempo per imparare ad allenarsi allo stupore. Vivere come gli Israeliti in partenza verso la Terra Promessa, con i «fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» come chi ha molta fretta (Es 12,10-11), «pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese» per precipitarsi ad aprire la porta appena il padrone torna dalle nozze (Lc 12,35-36).
Gustare il tempo. Cioè avvicinarsi all'Eterno.
O alla pienezza del cuore.


3. Liberateci i gesti: per una terapia dell'essere.

Vasco Rossi - il rocker emiliano tante volte additato come profeta di generazioni cresciute fischiettando Albachiara - nel testo di Una nuova canzone per lei scrive: «rimani così, intontito a guardare, qualche cosa che forse non potrai raccontare». Ma quando ci sentiamo muti in fronte alla vita, è il nostro corpo a venire in aiuto. Quando le parole vengono meno, sono i gesti a rimetterle in piedi. E a farle esplodere.
La mimica, gli atteggiamenti e i gesti sono l'alfabeto di quel linguaggio elementare - forse la prima forma di comunicazione con la quale veniamo in contatto - che tutti parliamo pur magari senza averne coscienza. Non possiamo non accennare qui al celebre esempio del sorriso della madre verso il suo bambino firmato da H. U. von Balthasar. In Solo l'amore è credibile parla della forza comunicativa dello stupore evocando l'inizio della coscienza personale dell'uomo che capita nel bambino quando la madre lo vede e lo tocca:
Quando la mamma per giorni e settimane intere ha sorriso al suo bambino, giunge il giorno in cui il bambino le risponde con un sorriso. Essa ha destato l'amore nel cuore del suo bambino e il bambino, svegliandosi all'amore, si sveglia alla conoscenza. La conoscenza comincia ad operare perchè l'amore è stato messo preliminarmente in moto dalla madre.
urloPer Cartesio l'atto iniziale della coscienza era una sorta di auto-possesso; per Balthasar tutto accade dopo, anche l'incontro con Cristo che, in un certo modo, rende esplicito qualcosa che è già implicito nel bambino. In Cristo, d'altronde, l'Essere appare sotto le sembianze del dono e lo stupore è dunque la risposta giusta a tale dono: nulla fa avanzare l'esistenza più della meraviglia.
Tornando a noi con questa immagine, è interessante notare come in caso di conflitto - le parole dicono una cosa e il corpo ne attesta un'altra - la persona sia più propensa a dare ascolto alla dimensione corporea. Il corpo, quindi, è visto come un limes dell'anima, uno specchio di ciò che svolazza vagabondo nella nostra mente, la possibilità di espressione dei sentimenti più intimi e reconditi.
La parola ha una potenza inaudita, un grado di percussione inavvicinabile, una capacità d'espressione altissima: eppure, in fronte agli affetti e alle emozioni, spesso ci lamentiamo della povertà delle parole. E proviamo necessità di tradurre in gesti i sentimenti, gli affetti e le emozioni. Come sarebbe povero l'amore se alle parole di una dichiarazione non seguisse la tenerezza di un bacio, il calore di un abbraccio, la potenza di uno sguardo!
I gradini della “nostra” chiesa, a ben guardare, sono una liturgia colorata di gesti: baci, abbracci, carezze. Sospiri, sguardi e gesti in codice. Piantonamenti, mimiche indecifrabili e occhi che accennano a complicità. Ma è una liturgia che celebra veramente la pienezza del gesto o una parodia della quale l'abitudine e l'imitazione si sono erette a garanti dell'autenticità? Prima di rispondere concentriamo un istante la nostra attenzione su due tra i gesti più usati e ab-usati: l'abbraccio e il bacio.
L'abbraccio (che letteralmente significa «cingere le braccia») è gesto che parla di accoglienza, di vicinanza tremenda e fascinosa, di permesso d'entrata dell'altro in uno spazio abitualmente rivestito di gelosia. Basti pensare al fastidio che arreca il contatto fisico in un bus stipato di gente alla quale non siamo legati da nessun sentimento. Il cingere e, susseguentemente, lo stringere dicono un senso di vicinanza che nessuna poesia è ancora riuscita a pareggiare.
Il bacio - non per nulla legato alla sensibilità delle labbra nell'immaginario collettivo - gioca un ruolo ancor più marcato: dice la voglia di gustare il sapore, carpire il respiro, carezzare il tocco dell'altro con cui ci troviamo faccia a faccia. Profondo più dell'abbraccio, trattiene l'abisso di una vicinanza estrema. Pertanto, celebrare una liturgia facendo uso di gesti altissimi - nella loro profondità - come l'abbraccio e il bacio significa riconoscervi molto più di un semplice contatto fisico. Significa riconoscere la portata di emozioni, promesse e sentimenti molto importanti ed eloquenti. Tant'è vero che con i gesti si unisce e si ferisce.
Quello che a noi interessa portare a livello di coscienza è la distorsione della gestualità arrecata dalla grande informazione di massa. Basterebbe tradire per qualche ora i gradini di quella chiesa per tuffarsi nel divano di casa assieme a loro e creare confidente frequentazione con i programmi dai quali attingono cultura. Tra questi totem televisivi, tutti parlano dell'amore. Ma, ad uno sguardo più profondo e meno sentimentale, s'avverte che pochissimi - vogliamo essere ottimisti - parlano di un'affettività legata ad emozioni profonde, magari romantiche pure, a sentimenti forti. Lo capisce anche la bambina che ha appena tradito le Barbie per il suo compagno di banco il messaggio nascosto: «Se ti va di dare un bacio, dallo. Se ti va di imbastire un rapporto, fallo. Se ti piace, usalo». Sta qui la distorsione di cui parlavamo: nell'attimo in cui si erge la spontaneità a garante della verità s'impedisce ad un'emozione di diventare gesto, avendone affrettato i movimenti. Chissà se sono più pericolosi i film di guerra che raccontano di carneficine, di massacri e di sangue o queste piccole storie sentimentali che graffiano e feriscono la zona inconscia dell'affettività. Richiamare l'attenzione sul ruolo della spontaneità non significa disprezzarne la sua valenza di freschezza, di creatività e di originalità. Ma semplicemente mostrare come anche un gesto abbia bisogno di tempo - quel tempo non intaccato dalla fretta - per essere conosciuto meglio, venir approvato con l'esecuzione e lasciare come orma di passaggio un significato durevole.
La distorsione della gestualità, se inserita nel nostro percorso, potrebbe avere a che fare molto da vicino con il fatto cristiano che, nel dispiegarsi di una tradizione millenaria, s'è sempre aggrappato alla potenza dei simboli e dei gesti per celebrare la sua fede nel Risorto. Basti pensare alla celebrazione di una liturgia per rendersi conto che, una volta svuotati i gesti, anche il contenuto diventa ostico da comprendersi. Fino a ritenerlo insignificante perchè quei gesti non evocano più dimensioni profonde dell'interiorità umana: i campanili - ma forse anche i pulpiti - sono diventati muti. Direbbe Lorenzo Cherubini, al secolo Jovanotti, sono come «un film straniero senza sottotitoli»(34).
La celebrazione della messa, ad esempio, non avviene solo attraverso la ripetizione di formule e preghiere ma anche attraverso un linguaggio del corpo che dovrebbe aiutare ad entrare più in profondità nel mistero che si celebra. Lo stare in piedi, segno caratteristico del Risorto (Gal 5,1), dice attenzione e rispetto ed è la posizione di chi prega. Lo stare seduti è la posizione di chi ammaestra e di chi, attento, apprende. Lo stare in ginocchio è segno di penitenza e profonditas. E accanto a queste tre dimensioni del corpo, tutti gli altri gesti che arricchiscono e compongono la celebrazione: il segno della croce, il bacio dell'altare, il battersi il petto in segno di contrizione, il dialogo con il sacerdote, la processione iniziale e offertoriale, le mani lavate in segno di purificazione, lo spezzare il pane, l'abbraccio di pace, l'accostarsi adoranti all'eucaristia, l'amen, la benedizione. C'è un'altissima simbologia a caratterizzare la ritualità propria del cristianesimo. E il motivo lo riassume Giovanni Paolo II nella Lettera alla Congregazione per il Culto Divino del 21 settembre 2001:
La celebrazione liturgica è un atto della virtù di religione che, coerentemente con la sua natura, deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l'uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a Colui che è tre volte santo e trascendente. Di conseguenza l'atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore(35) che scaturisce dal sapersi alla presenza della maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rovo ardente?
Accostando questi due modi di firmare i gesti - quello del mondo secolarizzato e quello della liturgia - potrebbe apparire chiaro come una delle cause da addurre alla mancanza di comprensione - e quindi di interesse e di passione - del fatto cristiano sia proprio l'irrilevanza dei gesti di cui si compone. Come spiegare l'abbraccio con cui si firma il segno della pace a giovinezze abituate ad abbracciare tutto, tutti e ovunque? Come poter spiegare il gesto dell'adorazione eucaristica (dal latino ad-os-ire, lett. «portare la bocca verso») a giovani che del bacio stanno impoverendone il valore e la pregnanza? Come poter rendere fascinoso lo stare in ginocchio a gente avvezza alle pose da spiaggia o al bivaccare dei muretti? O, impresa titanica, come dispiegare la potenza di quell'amen dalla forte pregnanza esistenziale a biografie costruite sul “dipende, se me la sento, vedremo”?
Annoverare tra i propri fedeli dei catecumeni non pronti a questa liturgia, è una sfida che interpella le comunità credenti, i ministri depositari del sacro, gli educatori preposti all'arte d'ordinare il cuore delle nuove generazioni. Ci sono dei simboli e dei segni che sono stati feriti nel cuore delle masse, c'è un'immaginazione che si va spegnendo con il trascolorare delle esperienze, s'avverte una fiacchezza persino nella vita degli affetti e delle emozioni. Quasi fossimo condannati ad abitare la primavera che già ci abita. Pur consapevoli che un'abitudine ai gesti si traduce presto in una non-attrazione verso l'Assoluto. D'altronde sono gli stessi Vangeli ad attestare che il Figlio dell'Uomo sedusse (secum-ducere) non con la sua eternità ma con i suoi gesti d'amore, gesti folli di un Dio che «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7).
Liberare i gesti per ringiovanire un'affettività impolveratasi.


«Fremito di atomi spostati da un corpo che cammina»

S'è chiuso un meeting: scrosci di applausi, urla festanti e impazziti, emozioni da amarcord. Domattina, forse, i campanili torneranno ad esser muti. E i ragazzi a scarabocchiare desideri feriti sui gradini della chiesa di paese. Con buona pace di chi è ancora convinto che basti un'adunanza a fare primavera. Come le rondini del proverbio.
Infatti le strade, per secoli e secoli, ci hanno ingannati. Somigliavamo a quella tal regina che volle fare una visita tra i suoi sudditi per sapere se si rallegravano del suo regno. Per trarla in inganno i suoi cortigiani fecero sorgere sul suo cammino qualche festosa scenografia e in essa fecero ballare, a pagamento, alcune comparse. Ella nulla intravide del suo regno, all’infuori di quel sottile filo conduttore, e non seppe che nella distanza delle campagne coloro che morivano di fame la maledivano(36).
Dai gradini di una chiesa di città allo stupore di un Uomo Crocifisso per amore. Affezionati ad un Volto nel quale ancora alberga il sogno di un cuore ordinato. E di un'immaginazione guarita perchè allargata dal suo Passaggio: in nessuna casa il cuore dev'essere sconsolato.
Scrive Christian Bobin ne L'uomo che cammina:
Il mondo non poteva sentirlo. Il mondo sente solo quando c'è un po' di rumore o di potenza [...] Qualcosa prima della sua venuta lo intuisce. Qualcosa dopo la sua venuta si ricorda di lui. Questo qualcosa è la bellezza sulla terra. La bellezza del visibile è composta dall'invisibile fremito degli atomi spostati dal suo corpo in cammino […] Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana(37).
Forse nemmeno oggi tante anime giovani lo possono sentire. O non lo vogliono sentire. Ma tra i tanti sordi che popolano il quinto vangelo dell'esistenza, ci sarà pure qualcuno che avvertirà una sordità molto vicina alla mestizia di Emmaus. Perchè, affranti da eventi bagnati di sconfitta, è stata ferita l'immagine che avevano di Lui. Dio non è scomparso dalle loro menti: forse è stato semplicemente offuscato da cuori che sono specchi di biografie confuse e disordinate.
Non è stato dimenticato: questa è la consolante notizia. E' stato offuscato: ripulirlo è la sfida stilistica per un cristianesimo d'azione e convinzione. Forti di una Buona Novella: anche in lande di ululati solitari la creatura è interpellata da una Voce e bersagliata dalla Grazia.
Per tornare a immaginarsi la vita. E «custodire la tua casa in noi»(38).
Attraverso una coscienza innamorata e accesa di Bellezza.



Note

(1). Sub specie æternitatis è una formula con la quale si premette un discorso che vuole andare oltre l'immanenza del quotidiano. E' quando l'occhio dell'uomo si sposta per vedere le cose dal punto di vista dell'eternità, cioè dalla parte di Dio. Quella di spostare il proprio punto d'osservazione è una prerogativa dell'uomo che ne fa largo uso, ad esempio, nella poesia e nella letteratura. Cosa che riprenderemo più avanti.
(2). N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962, 131.
(3). C. Bobin, Elogio del nulla, Edizioni Servitium, Troina 20052, 43.
(4). D. Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, Milano 2008, 218.
(5). J. M. Tillard, Siamo gli ultimi cristiani? Lettera ai cristiani del Duemila, Queriniana, Brescia 1999, 25.
(6). Ch. Theobald, «La teologia nella post-modernità: il cristianesimo come stile» in Il Regno attualità, 14 (2007) 480-501.
(7). A. De Saint-Exupery, Terra degli uomini, Mursia, Milano 1968, 181.
(8). «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più» (Benedetto XVI, «Lettera del santo Padre Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 vescovi consacrati dall'arcivescovo Lefebvre» in www.vatican.va, 10 marzo 2009).
(9). I. Ramonet, La tyrannie de la communication, Galilée, Paris 1999, 184 (trad. it., La tirannia della comunicazione, Asterios, Trieste 1999).
(10). G. Bernanos, Diario di un parroco di campagna, Mondadori, Milano 200718, 24.
(11). C. Pèguy, Getsemani, Jaca Book, Milano 1997, 40.
(12). K. Rahner, «Sacerdote e poeta» in La fede in mezzo al mondo, Paoline, Alba 1993, 132.
(13). Ibid., 134.
(14). Ibid., 138.
(15). K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede, Paoline, Cinisello Balsamo, 1990, 95.
(16). J. Ratzinger, «La corrispondenza del cuore nell'incontro con la Bellezza», in 30 Giorni. Nella Chiesa e nel Mondo, 9(2002).
(17). P. Tillich, L’irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità oggi, Queriniana, Brescia 1998, 43.
(18). Le parole annoiano quando sono parole pesanti: «le pesantezze di una scrittura non sono pesantezze nella scrittura ma nella vita di chi scrive: capita sempre che quando la vita è in difficoltà, la lingua inciampi» (C. Bobin, Il distacco dal mondo, Edizioni Servitium, Troina 2005, 47).
(19). S. Quinzio, Cristianesimo dell'inizio e della fine, Adelphi, Milano 1967, 60.
(20). A. Torno, Il gioco di Dio. Dodici storie della Bibbia, Mondadori 2007, 4.
(21). D. Pennac, op. cit., 212.
(22). Le parole s'avvicinano da sole, «fuggono non appena ci si mette ad aspettarle. Abbiamo un bel chiamarle: per quanto dolce sia la nostra voce, esse percepiscono unicamente la nostra avidità e si ritraggono il più lontano che possono da noi, in se stesse, dove non potremo più ferirle» (C. Bobin, Il distacco dal mondo, op. cit., 17).
(23). Due testi avvincenti e ricchi, entrambi firmati dal gesuita Antonio Spadaro, meritano d'essere scandagliati nelle loro provocazioni letterarie: A. Spadaro, La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia, Jaca Book, Milano 2006 e Id., Abitare nella possibilità. L'esperienza della letteratura, Jaca Book, Milano 2008. Per chi ne volesse la sintesi si leggano questi due contributi: A. Spadaro, «L’orecchio alla conchiglia del mondo. Karl Rahner e la parola poetica» in La Rivista del Clero Italiano 9 (2006) 625-633 e Id., «Il contributo di Karl Rahner per una teologia della letteratura» in Rassegna di Teologia.
(24). M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. I. La strada di Swann, Milano, Mondadori 1983, 103.
(25). A. Spadaro, Abitare nella possibilità, op. cit., 135.
(26). Agostino, Le confessioni, XI, 14 e 18, Bologna, Zanichelli, 1968, 759.
(27). Id., Trattati sulla prima lettera di Giovanni, PL 35, 2008-2009.
(28). C. Bobin, Elogio del nulla, op. cit., 34-35.
(29). M. Grimoldi, Adolescenze estreme. I perché dei ragazzi che uccidono, Feltrinelli, Milano 2006, 14-15.
(30). T. S. Eliot, Burnt Norton, No. 1 of Four Quartets.
(31). Il card. Ratzinger c'aiuta a snocciolare biblicamente il valore dello stare: «Che cosa significa stare, l'apostolo ce lo ha insegnato, Mosè lo ha scritto: "Il luogo, sul quale tu stai, è terra santa". Nessuno sta, se non colui che sta saldo nella fede... ed ancora una parola sta scritta: "Tu però sta saldo con me". Tu stai saldo con me, se tu stai nella Chiesa. La Chiesa è la terra santa, sulla quale noi dobbiamo stare... Sta dunque saldo, sta nella Chiesa. Sta saldo colà, ove io ti voglio apparire, là io resto presso di te. Ove è la Chiesa, là è il luogo saldo del tuo cuore. Sulla Chiesa si appoggiano i fondamenti della tua anima. Infatti nella Chiesa io ti sono apparso come una volta nel roveto ardente. Il roveto sei tu, io sono il fuoco. Fuoco nel roveto io sono nella tua carne. Fuoco io sono, per illuminarti; per bruciare le spine dei tuoi peccati, per donarti il favore della mia grazia» («Intervento del Cardinale Joseph Ratzinger sull'ecclesiologia della Costituzione “Lumen Gentium” al convegno internazionale sull'attuazione del Concilio Ecumenico vaticano II promosso dal comitato del grande giubileo dell'anno 2000», in www.vatican.va, 27 febbraio 2000).
(32). D. Le Breton, Il mondo a piedi. Elogio della marcia, Feltrinelli, Milano 20073, 20-21.
(33). C'è una magnifica riflessione di Antoine de Saint-Exupéry che ci può aiutare ad intuire il potere che trattengono certe immagini. Nel suo libro Terra degli uomini scrive: «Ah, ciò che vi è di meraviglioso in una casa non è il fatto ch'essa vi dia riparo o vi riscaldi, né che se ne possediamo i muri, bensì ch'essa abbia lentamente deposto in noi queste provviste di dolcezza. Che in fondo al cuore costituisca quell'oscuro monte da cui nascono, come acqua di sorgente, i sogni...» (A. de Saint-Exupéry, op. cit., 76).
(34). Jovanotti, Fango, 2007.
(35). In quanto allo stupore e alla riverenza verso i quali addita il simbolismo della liturgia, meritano d'essere lette alcune pagine scritte da Benedetto XVI quand'era ancora cardinale: J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2007, 203-212.
(36). A. De Saint-Exupéry, op. cit., 65.
(37). C. Bobin, L'uomo che cammina, Qiqajon, Magnano (BI) 1998, 21-22, 30.
(38). «Quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi» (E. Hillesum, Diario 1941 - 1943, Adelphi, Milano 1996, 169).

Commenti   

Antonio
#1 RE: Lucertole, anitre e somari. Sub specie aeternitatisAntonio 2009-12-06 13:59
Non ho avuto la pazienza di leggere tutto l'articolo... evidentemente non sono una lucertola.

Sarebbe bello un mondo che camminasse più piano e che dia più tempo agli uomini di chiarirsi e di sapere cosa si vuol fare nella vita...

Purtroppo...non aspetta e gli asini, anche se la normalità, o si danno da fare subito ad imparare, a capire cosa vogliono dfare da "grandi" o resteranno inevitabilmente asini.

Una volta a 20 anni i giovani già sapevano cosa dovevano fare e si attrezzavano e si preparavano per diventare quelli che speravano di essere.

Oggi a 30 anni ancora non sanno cosa vogliono essere e fare nella vita...

Penso che il limite dei 20 anni sia ancora attuale... i più "fortunati" a 15 anni già lo sanno e sono quelli che realizzano prima i loro sogni, ma superata la soglia dei 20 anni, se ancora non ci siamo soffermati a capire quale sarà il nostro futuro, si rischia di vivere alla giornata, senza una meta e con tutti i rischi che ne conseguono.

Bisogna lavorare quindi sugli adolescenti... creando delle esche appetibili affinché le lucertole spicchino il salto decisivo... per qualunque progetto, l'importante è che venga portato avanti con serietà e professionalita.
donmarcopozza
#2 Intervento dell'Assessore Veneto all'Istruzionedonmarcopozza 2009-12-06 14:47
IL SENSO DELL’EDUCAZIONE

Parole. Alle volte sembrano solo vuoto riempito, senza significato né per chi le pronuncia né per chi le ascolta. Parole che hanno un senso solo se sono direttamente capaci di rappresentare l’essenza, il comportamento, la coerenza. Parole che troppo spesso ingannano, annullano, annacquano.
Penso a quante volte la politica non sa ascoltare, usa parole come fossero ovatta per attutire le emozioni o peggio sassi per riempire scatole vuote che diventano così pesanti. Penso a quante volte i politici hanno perso la loro credibilità perché incapaci di essere coerenti, conseguenti, leali.
Leggendo la profonda e complessa riflessione di don Marco mi pongo tante domande. Si sa, don Marco ha la forza grande di usare parole vere, che spaccano il silenzio e lo riempiono di significato, che sanno segnare e inquietare, che sanno affascinare e far dubitare, che tracciano un cammino che poi sta a noi seguire, che sembrano parlare proprio a noi.
Anche qui, con queste sue considerazioni parla a ciascuno per come può o vuole ascoltare. Ma in fondo è proprio quello che fa Cristo con i suoi discepoli e con ciascuno di noi ogni giorno: ci dà la grande libertà di scegliere mettendo a nostra disposizione tutta la verità, ci dà la possibilità di seguirlo oppure no, ci lascia liberi di capire o di negare.
Oggi ho sentito rivolgere anche a me queste riflessioni. Le sento per me, soprattutto in qualità di persona impegnata in politica e mi sento in particolare chiamata ad interrogarmi sul mio ruolo di giovane politico, con il compito straordinario e la grande responsabilità di parlare ai giovani.
Tra le tante deleghe, tutte bellissime, che mi sono state affidate in qualità di Assessore Regionale di questa meravigliosa terra veneta, certamente la più delicata è quella dell’istruzione o meglio dell’educazione.
Mi sono sempre rifiutata di parlare di istruzione, è un termine troppo tecnico e freddo che non lascia intendere quale compito vi sia ricompreso. Amo piuttosto parlare di educazione, dal latino educere, tirare fuori. Un significato quindi che lascia ben immaginare quale responsabilità, quale profondità e quale occasione di scoperta vi sia nell’affrontare questa scelta professionale che appare più una vocazione.
E quale paura debba prendere chi si pone con coscienza di fronte a questo compito.
Ma la scuola senza educazione che cosè? Un nozionificio, un supermercato di materie, un sito internet, una catena di montaggio delle idee, una ruolette russa delle teorie e del relativismo.
E lo studente senza educazione? Un individuo libero da condizionamenti o forse da principi? Una pagina bianca su qui scribacchiare, una cavia da laboratorio di teorici della società ambiziosi nel dimostrare la veridicità delle proprie convinzioni.
E il docente senza educazione? Un tecnico specialista, un arrogante imbonitore, un freddo valutatore, un abitudinario del mestiere, un insensibile computer.
Ecco che l’educazione è l’essenza stessa della scuola e di chi vi abita, della crescita di coloro che avranno un percorso di vita costruito su solide basi, che saranno certamente a conoscenza delle materie scientifiche o umanistiche, ma che soprattutto avranno come perno fondante la PERSONA.
Alla persona, all’insieme delle persone che formano la comunità dobbiamo pensare quando usiamo parole che scivolano via semplicemente perché le abbiamo slegate dal contesto, dal comportamento, dal significato o che sono lontane dalla emozione di una scoperta, dalla verità del significato.
Mi piacerebbe una scuola che ponesse realmente al centro la persona e la ricerca della verità, ma per fare questo dobbiamo ritrovare quella vocazione che spinge un docente ad essere educatore, che riporta ad uno stato di grande dignità il suo ruolo sociale, che concentra nella scuola le migliori energie ed intelligenze, capace di ritrovare un insieme di valori e di principi che sappiano legare insieme le generazioni. Una scuola che ritrovi studenti che siano allievi, che mostrino amore e rispetto per l’intelligenza e per l’insegnamento, che cerchino e non subiscano, che sognino e non sballino. Ma come fare? E’ questa la domanda che semplifico a me stessa dopo la lettura ripetuta del pensiero di don Marco attorno ai giovani.
L’educazione è esempio e l’esempio è educazione. E’il titolo ed il significato che ho dato alla partecipazione della Regione del Veneto ad una manifestazione dedicata al mondo della scuola a cui avevo invitato a partecipare proprio il nostro don Marco.
Il mio problema era riuscire ad attirare l’attenzione dei ragazzi che vagavano come automi all’interno d questi grandi padiglioni della fiera di Verona. Ragazzi che parevano quasi indolenziti dal loro incedere senza meta, disinteressati da qualsiasi cosa, impermeabili agli stimoli che affannosamente gli adulti avevano cercato per loro. E così è arrivato don Marco a parlare direttamente a loro. L’ho visto incendiarsi, porre domande, usare termini forti, anche sconvolgenti, ma bucare quella noia. Non si trattava di forma, si trattava di sostanza, di verità, di emozioni, di riflessioni.
Quanto sia stata educativa quella giornata io lo ricordo perfettamente, quanto l’interesse da parte di quei giovani che fino a prima avevo visto annoiate lucertole in attesa del nulla e subito dopo avevano gli occhi accesi, l’attenzione vivida.
Cosa è stato? Io credo soprattutto l’esempio. Un giovane ragazzo che ha fatto una scelta forte, radicale, convinta e già questo è scioccante per un mondo capace solo di guardare indietro, tutto proteso alla comoda quotidianità, privo di domande, ma con tante risposte a scelta multipla. Un giovane uomo che parla di Dio e che lo ha seguito. E questo è quasi del tutto incredibile per una società che trova Dio scomodo, che lo vorrebbe espellere perché pone troppe domande, perché di propone tante scelte, tutte aperte, tutte libere, tutte faticose.
I giovani non fanno sconti nei propri giudizi, non tollerano l’ipocrisia che distrugge tutte le idealità e credo sappiano apprezzare la coerenza, la fedeltà, la forza quando gli viene proposta.
E’quindi sull’esempio che noi riallacciamo l’attenzione della generazione dei più giovani, quella che ci appare la più difficile da contattare, tutta rivolta a mondi paralleli, virtuali e insensibili e la scuola, ma prima ancora la famiglia deve sapere che è sul comportamento, sulla correttezza, sulla coerenza che si ricostruisce il progetto educativo. Lì le parole ritroveranno il loro senso e sapranno scatenare fuoco e fiamme al solo essere pronunciate perché sia per chi le profferirà, sia per colui o coloro che le ascolteranno avranno il medesimo, profondo, vero significato.

On. Elena Donazzan - Regione Veneto
Assessorato Istruzione, Formazione, Lavoro,Protezione Civile e Antincendio boschivo, Caccia, Tutela del Consumatore
donmarcopozza
#3 Intervento del Direttore de "L'Altopiano"donmarcopozza 2009-12-06 14:50
Il tempo del raccolto
“Quanto amore nel seminare, quanta speranza nell’aspettare, quanta fatica nel mietere il grano e vendemmiare”. La cantavamo in chiesa al suono delle chitarre quando, tanti anni fa, giovani ed entusiasti, animavamo la messa delle 11 nel duomo di Asiago. Un ritornello che mi risuona ora nelle orecchie, che mi trovo spesso a ricanticchiare dopo aver letto e riletto le parole di don Marco nella sua/nostra rubrica estiva “Come Lucertole”. Quanti spunti di riflessione ci ha dato, inducendoci a guardare meglio i nostri giovani, i nostri figli, a studiarli, ad ascoltarli, ad accoglierli nella loro meravigliosa complessità. I nostri figli! Li mettiamo al mondo, li cresciamo ed educhiamo nel modo in cui siamo capaci. Cosa e quanto maturerà dipende tanto dal terreno. Il nostro compito è quello del giardiniere o del contadino, coscienti che non bastano le nostre cure e le nostre strategie per assicurare raccolti buoni. E quando i fiori sbocciano ci accorgiamo che spesso tra questi ci sono specie che non abbiamo seminato, ma che crescono nel nostro giardino da semi portati lì dal vento. Con stupore vediamo i nostri figli, essere, nel bene e nel male, come mai li avremo pensati. Ci spiazzano. A volte ci meravigliano, altre volte deludono le nostre aspettative. Dovremo davvero imparare a non aspettarci nulla, aperti alla possibilità “del più alto e del più basso destino”. Dovremo dare il meglio di noi coscienti che solo una piccola percentuale del risultato dipende dal nostro operare, che in ogni momento può esserci in agguato una tempesta improvvisa che devasta le nostre aiuole. E dovremo dunque recuperare quella speranza nell’aspettare, ma anche quella accettazione di ciò che sarà, perché la vita segue percorsi a volte misteriosi. Pronti con fatica a risistemare il terreno, a riseminare e ripiantare, con piena fiducia nel domani. Il nostro amore, la nostra comprensione, la nostra capacità di ascoltare, di dare appoggio e sicurezza, le nostre parole, i rimproveri e le esortazioni, rappresentano un concime prezioso e insostituibile. E’ facile illudersi di poter modellare i nostri figli a nostro piacimento, di poter spostare le loro pedine dove, secondo noi, si dovrebbe. Ed è invece quanto mai reale ciò che Gibran scrive ne “Il Profeta”, parole che è bene ricordare sempre: “I vostri figli non sono i vostri figli, sono i figli della sete che la vita ha di se stessa. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro e benché stiano con voi non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, perché essi hanno i propri pensieri. Potete alloggiare i loro corpi, ma non le loro anime, perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno. Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi. Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri. Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi. L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e con la sua forza vi tende affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. Fatevi tendere con gioia dalla mano dell'Arciere; perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l'arco che sta saldo”. Memori di quando anche noi sedevamo in attesa sui gradini di una chiesa, continuiamo a seminare con amore e aspettiamo con fiducia il tempo del raccolto.


Stefania Longhini
Direttore della testata giornalistica "L'Altopiano"

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