Li vedi consacrare e alzare l’Ostia durante la messa, abbelliti da vesti che li rendono diversamente umani. Li vedi seduti ad ascoltare chi si avvicina loro per una parola di ristoro, un gesto d’umanità, una benedizione che drizzi ciò ch’è sviato. Li vedi all’opera: imbarcarsi con flotte di ragazzi per i campiscuola, incamminarsi verso i santuari con la comunità, “farsi in quattro” perchè nessuno si senta foresto nella Chiesa e possa godere di una parola che, pronunciata dal sacerdote, riaccenda l’eco del Dio che l’ha pensata. Li vedi così: all’ombra del campanile o in oratorio, dentro le galere o nello schermo della televisione, in confessionale come dentro i luoghi di lavoro, nel silenzio di un chiostro o nella baraonda della sagra paesana. Li vedi così e, malauguratamente, pensi: “Che problemi vuoi che abbiano? Hanno sempre il sorriso sul volto”. Ci si dimentica, vedendoli, della doppia personalità del prete: uomo come tutti, forse anche il più misero – san Paolo si definì «un aborto» (1Cor 15,8) – che nello scafandro della sua vita accetta l’invito di Dio che chiede di calarsi dentro come un palombaro. Li si vede preti e raramente ci si ricorda dell’uomo celato dietro questa missione al limite del possibile: l’uomo che piange e ride, riflette e s’interroga, che di giorno ti parla di Dio con il cuore dopo che la notte ha alzato la voce con lo stesso suo Dio: «Maestro, non ti importa che noi moriamo?» (Mc 4,38) Lo chiamano “Alter Christus” il sacerdote, ma «talvolta, leggendo il Vangelo, ho come l’impressione che il Figlio dell’Uomo, durante la sua vita, non sia mai stato riconosciuto veramente all’infuori di sua madre, del cieco nato e del ladrone sulla croce» (F. Mauriac). I restanti? Quattro di picche.
Uno di questi preti, don Matteo Balzano di Novara, 35 anni, si è suicidato. Si è tolto quella vita che, quasi certamente, avrà aiutato gli altri a colorare di un senso, di un significato: a qualsiasi età si è disposti a sopportare anche la stanchezza più assurda, a non mollare il tentativo a patto di riuscire a trovare un significato alla fatica. «Nessuno sa l’inferno che uno ha dentro per arrivare a un gesto estremo» disse don Matteo ad un’amica. Si è suicidato in canonica, casa che nell’immaginario è il “pronto soccorso” dell’anima: la casa in cui, certi giorni, ci la varca «nell’andare se ne va e piange, portando la sua semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni» (Sal 125,6). La casa in cui il prete, con la grazia di Dio, diventa profeta di un futuro nuovo per la tua vita; luogo in cui il peccato viene riciclato e la consolazione diventa olio per un motore che ha acceso la spia rossa. Li vedi all’opera: mai ti immagineresti che dietro quel volto ci fosse un uomo che, qualche sera, avrebbe bisogno lui di un gesto di tenerezza, di consolazione, di un abbraccio che lo stringesse forte al posto di quel maledetto cuscino che abbraccerà nelle notti insonni, come un’ostrica sta stretta sullo scoglio per non cadere. Lui, il don Matteo che avrà distribuito la pietà più bella porgendo l’olio dell’estrema unzione sul capo di chi stava morendo, è morto da solo. Dentro una casa che s’è fatta prigione.
Il prete (chi scrive lo è per grazia di Dio) è confortatore per vocazione, per scelta: ma chi conforta i confortatori? Da medico fascia le ferite: le sue ferite, però, chi le cura? Dio scommette sul suo potere di guarire: ma chi guarisce i guaritori? La cosa più scontata: “Hanno Dio con loro, preghino invece che lamentarsi!” Ma certe sere la preghiera, per incunearsi nelle crepe della carne, ha bisogno di un vestito umano che si avvicini all’orecchio perchè attecchisca, perchè non sia il soliloquio del condannato a morte ma il grido dell’innamorato che si sente perduto da solo: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» (Mc 4,38). Noi preti siamo gente da trincea: anche muli da soma, asini da battaglia. Basterebbe così poco, certe sere, per tenerci in ordine il cuore e la missione: una parola, una telefonata, un: “Come stai?” Quando il cuore è in subbuglio e l’anima singhiozza, le cose e le parole non sono mai solamente cose e parole. Non scandalizza che anche un prete, certe volte, pensi al suicidio: la consolazione è che una parola, quelle stesse volte, abbia la forza di annullare quest’idea. Consolando chi accetta di spendere la vita per consolare.
(da Il Sussidiario, 7 luglio 2025)

17 risposte
Penso spesso al mio parroco da solo e triste, allora prego per lui. Non so se basta, confido in Gesù
Condivido quanto hai scritto. Tutti abbiamo bisogno di parole di sostegno e conforto. Spesso non comprendiamo le persone che abbiamo al nostro fianco. Pensiamo troppo al nostro io.
Condivido quanto hai scritto. Tutti abbiamo bisogno di parole di sostegno e conforto. Spesso non comprendiamo le persone che abbiamo al nostro fianco. Pensiamo troppo al nostro io.
Sono con Gesù sulla strada di Emmaus e piango la morte di Don Matteo perché un grande amore si è scatenato per lui nel mio cuore.
E’ vero siamo ingrati dimentichiamo l’uomo che vive nel missione sacerdotale. È giusto e necessario fare qualcosa come laici e cittadini.
Noi parrocchiani magari siamo anche egoisti,ma anche i sacerdoti chiedano aiuto. Esprimano umanamente il loro disagio. Qualcuno c’è sempre che può ascoltare, incoraggiare e aiutare, insomma, anche per una difficoltà fisica, psicologica e spirituale. Anche un prete avrà un amico con cui parlare, no? Possibile!!! Perché voler essere come Nembo Kid? Io ho provato dolore, ho pregato per lui ma ho anche rabbia perché ha voluto tenere per se’ il suo tormento e nasconderlo a tutti! Che il Signore abbia pietà di te caro don Matteo! E dei tuoi genitori!! Speroche questo serva anche ai preti affinché “gridino” i loro problemi, con umiltà. Siamo tutti deboli e bisognosi di Dio e del prossimo! Da Udine
Condivido ciò che ho letto
Dico sempre che i preti sono ” soli” troppo soli
Quando riescono a fare amicizia con i parrocchiani..ecco che vengono spostati da un’ altra parte…e devono ricominciare da capo tutto
Sono convinta che anche il prete ha bisogno di una famiglia. Di amici
Capisco la loro solitudine e tristezza
Oggigiorno sopratutto in questi tempi la solitudine dilaga e i/le ministri/e di Dio non ne sono esenti.
Parliamo di uomini e donne.
Anime incarnate in tutti i sensi con sentimenti, dubbi e ….oggi i dubbi stanno overloading everybody senza distinzione di categoria.
Basta guardarci attorno cosa sta succedendo.
Chi ha dedicato la sua vita agli altri spesso non trova riscontro personale: no thanks; no how do you do?; no do you need help?…or either…if you want we can talk…we can walk together a little bit.
Il vuoto di vocazioni che la Chiesa sta vivendo dovrebbe essere motivo di riflessione ad eventuali cambiamenti nei quali non sia messa in discussione la fede ma certi ” dogmi preistorici ” che non sono certo legati alla spiritualità.
Se partiamo dal concetto che siamo tutti figli di Dio e che siamo una sua scintilla questo è già qualcosa ma se aggiungiamo che la nostra ” incarnazione umana” è si una grande meraviglia ma rappresenta anche la nostra più grande fragilità su cui lavorare cambia la prospettiva e se poi in essa includiamo i ” ministri di Dio” togliamo loro il grande peso di doversi a tutti i costi sentire ” super eroi divini” e di dovere a tutti i costi “apparire perfetti a tutti i costi” vivendo le proprie fragilità come peccato mortale.
Sarebbe tempo che anche i ” ministri di Dio” possano vivere la loro umanità in pienezza amando Dio ma amando anche la loro umanità nella sua completezza.
“Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Sal 83,6)
Grazie per le Sue parole.
Mio figlio è seminarista e frequenterà il secondo anno di teologia….manca ancora molto e chissà quale sarà la sua scelta, cosa vorrà Dio da lui…ha 24 anni ed è felice (almeno, sembra) ma io ci penso da qualche tempo, a quello che lei ha scritto….e che assomiglia molto all’omelia del mio parroco (don Marco anche lui)…si chiedeva che coraggio ci vuole oggi ad entrare in seminario? In riferimento proprio alla solitudine dei sacerdoti…E con riferimento marcato verso il fatto che il sacerdote è solo. Che dà conforto a chi ha intorno, ma ha bisogno anche di conforto. Dà aiuto, ma ha bisogno di aiuto.
A volte sono certa che sarà la sua strada, altre ho timore… Timore che ha di fondo la fiducia in Dio, perché so che Lui ci guida e ci è sempre accanto.
La seguo da qualche mese e su sulle strade di Emmaus ,e qua e là…Grazie per quello che riesce a trasmettere! Buona serata.
Lasciate i preti liberi, di farsi una vita propria, personale e coniugale, fuori dalla canonica.
La professione non deve e non può distruggere la vita personale.
I cattolici, devono cambiare rotta, basta con regole ecclesiastiche che non stanno né in cielo, né in terra .
Libertà ai sacerdoti, sul piano personale.
Sono d’accordo con te.
Preti liberi, di farsi una vita propria, personale e coniugale.
Grazie don Marco tutto molto vero a noi spetta solo pregare condividere e se possibile aiutare la vita misteriosa bella e difficile del Sacerdote dono inestimabile e prezioso dell’umanità. Ora nelle braccia amorevoli di Dio possa intercedere per tutti noi ancora in cammino verso il cielo.Benedicimi. sr.beatrice
Buongiorno don Marco. Io mi reputo molto privilegiata per la mia consacrazione nel Carmelo di Genova..Ma”cosa rendero’ al Signore, per quanto mi ha dato?”Alzero’il calice dellasalvezza’… Come leggiamo egli Atti degli Apostoli vennero convocati altri perche’ si occupassero delle cose pratiche e gli apostoli potessero dedicarsi alla preghiera. Ogni giorno prego per chi e’ consacrato, per i nostri preti, perche’ prima di tutto di sentano amati dal Signore r lo cerchino co passione.Unisco anche lei. Santa giornata.
Bisogna amarli i nostri preti ,prima sono uomini e poi sacerdoti .Aiutiamoli a non sentirsi diversi da noi ,noi abbiamo bisogno di
Loro,ma riconosciamo che lorp hanno bisogno di noi .
Bisogna amarli i nostri preti ,prima sono uomini e poi sacerdoti .Aiutiamoli a non sentirsi diversi da noi ,noi abbiamo bisogno di
Loro,ma riconosciamo che loro hanno bisogno di noi .
Un grande dolore che và accolto e ascoltato, no con le sole parole.
Alle parole devono seguire le opere.
E questo vale per tutti!
Dobbiamo avvicinarci alle persone che a loro volta devono imparare a chiedere.
Chiedere amicizia, affetto……BENE-DIRE.
Mi unisco al dolore dei suoi genitori, della sua famiglia, alla chiesa di Vicenza e a tutti coloro che sentono il dolore come suo. Prego il Padre Celeste nella sua grande Misericordia di accoglierlo tra le sue braccia materne e paterne .Gesù cosceva le sue fragilità, siamo stati noi che non abbiamo aperto il cuore per esserli vicino .È vero che ogni persona è un mistero . PapaFrancesco esortava i preti a farsi amici,pure Gesù nel vangelo esortava a questo,per questo nella bibbia si legge “E bene che l’uomo non sia solo”.Tra noi cristiani dobbiamo essere più sensibili per poterci aiutare..di più.