Sono caduto nello stesso tranello dal quale cerco di mantenere distante la gente: “Il demonio ti farà sempre cadere – mi diceva Papa Francesco – nelle cose che sai fare meglio, non in quelle che non sai fare”. Demonio puntualissimo. Montecchia di Crosara, quattromila anime, è un paese di Verona, all’ingresso della Valpollicella. Per me, fino all’altro giorno, era la terra di Pietro Maso. Dalla notte tra il 17 e il 18 aprile 1991 – notte in cui uccise ambedue i genitori assieme a Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato – il paese di Montecchia era solo lo scenario di questa barbarie: certe gesta malavitose diventano così strepitose da oscurare tutto il resto che le circonda. Eppure, sono proprio io il primo a chiedere di tenere desta l’onestà intellettuale: “L’uomo non è il suo reato” mi ostino a ripetere, aggrappandomi alla divina espressione di don Oreste Benzi. Ci credo, lo sostengo con passione. Eppure mi dimentico che anche i paesi sono come le persone: “Il paese non è il suo reato” dovrei ripetermi. Ci sono paesi che sono molto più del reato che la memoria associa loro: Novi Ligure, Garlasco, Chignolo d’Isola, Cogne, Erba, Avetrana valgono molto più dei delitti che hanno segnato, indelebilmente, il loro nome. Montecchia di Crosara, per l’appunto, è molto di più, vale infinitamente più del gesto infame di un figlio tristemente famoso per la sua ferocia. Eppure ci sono caduto in pieno io stavolta. Entro in quel santuario del vino ch’è Cà Rugate e, altezzoso, dico a quel ragazzo vestito di tutto punto che mi accoglie come fossi un capo di stato: “Montecchia di Crosara (mi gratto i capelli). Per me è la terra di Pietro Maso”. L’ho sparata dritta come la pensavo.
Michele, l’uomo che mi accoglie, è un signore: è la terza generazione di un casato (la famiglia Tessari) che, lavorando la terra, si è spaccata la schiena per produrre vini che deliziano i palati. Non mi rinfaccia nulla, pur non nascondendo una certa amarezza nell’avere udito la mia ingiusta associazione: nell’attesa del mio intervento, mi conduce in visita alla sua azienda. Mi racconta del nonno, del papà, di suo figlio e di sua sorella. Mi fa attraversare la cantina che somiglia al caveau di una banca: centinaia di migliaia di bottiglie, botti, casse di annate di vini tenute come memoria per il futuro. Le bottiglie della concorrenza: «E’ una panacea in ogni settore confrontarsi con i concorrenti: il confronto migliora» mi dice. Incontro i sorrisi dei dipendenti, è orgogliosissimo della sua squadra, parla del vino come di una liturgia, degli ettari di terreno come di una terra santa. Mi fa notare i vecchi attrezzi per la lavorazione: dalla cura con cui li tocca, mi viene in mente che San Benedetto raccomandava ai suoi monaci di toccare gli arnesi del lavoro con la stessa devozione con cui si toccano i sacri vasi per l’eucaristia. Poi, prima di portarmi nell’aula magna dove intervenire, mi guarda con un sorriso dolcissimo, gli occhi lucidi: «Vedi, don Marco: sono più di trent’anni che qui, a Montecchia di Crosara, ci diamo da fare per ripulire il nome del paese dal gesto di Pietro. Montecchia di Crosara, credimi, è molto di più. Siamo anche noi».
Mi ha stretto la mano forte. Ho iniziato il mio intervento con la vergogna sul volto: avevo la sensazione netta di avere mancato di rispetto ad un intero paese, a flotte di uomini e di donne che, onestamente, ogni giorno piegano la schiena per guadagnarsi il pane. Pietro, quella notte, uccise i genitori per appropriarsi di una parte dell’eredità. Michele, la sua parte di eredità familiare, la mantiene unita a quella della sua famiglia: continua a lavorarla, ad amarla, a migliorarla. Quando, alla fine del mio intervento, lo vedo con gli occhi lucidi, capisco di quanta misericordia mi abbia fatto dono questo signore. Non ho dormito la notte a causa di quel mio errore cafone: sono tornato con un panettone del carcere (“Il carcere non è solo i suoi reati”) per chiedergli scusa. E per dirgli grazie perchè, dopo 34 anni, per me Montecchia di Crosara (VR) non sarà più la terra di Pietro Maso.
E’ la terra di Cà Rugate. Del suo Vermouth e della sua fine signorilità.
2 risposte
Caro Don Marco, come Te, credo tutti noi avremmo fatto … la stessa (ingiusta) associazione di pensieri…😕
Il Tuo bellissimo e profondo editoriale di oggi, un’altra Grande lezione di Vita🙏come San Giuseppe, dovremmo imparare tutti a contare fino a 3 (anche fino a 10) prima di tradurre in parola il nostro pensiero…
Grazie per Esserci sempre, con la Tua Parola, con la Tua Presenza anche nei momenti più “difficili”😘
Sei grande padre Marco perché con umiltà hai condiviso con noi un tuo scivolone che sarebbe potuto capitare a tutti. Mio fratello vive a Castelvetrano, io vivo in Umbria e quando nomino la sua città di residenza spesso mi sento rispondere: “Il paese di Matteo Messina Denaro” .