Nemmeno di un nome lo onorano gli evangelisti che vanno accennando al suo conto corrente: ragione per cui, a tutt’oggi, la storia lo conosce come il ricco epulone. “E dove pensi di andare senza nemmeno un nome addosso, vecchio?” verrebbe da dirgli se, solamente, non fosse l’alter ego di parecchi nostri giorni, il modello d’imprenditore da sballo. Davvero: dove andare senza un nome, visto che, in una notte selvaggia, solamente chi conoscerà il tuo nome sarà in grado di ricondurti a casa tua? Era l’uomo simbolo di un’intera generazione: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e lino finissimo, ogni giorno si dava a lauti banchetti». Di quelli che, presentandosi, invece di dire come si chiama ostenta la professione: “Piacere, sono l’ingegnere. Piacere mio: avvocato. Lui è il mio amico commercialista: pensa, ci siamo conosciuti a casa del pittore. Lei è la senatrice, la sorella del senatore che è sindaco del nostro paese”. Gente che, senza accorgersi, si presenta come un tizio che entra al Monte dei Pegni: lascia come pegno il nome in cambio di una collocazione. Per costoro, che siamo noi, l’avere batte l’essere a tavolino: “Il milionario, miliardario, l’uomo da due billion”. Eppure ce l’abbiamo tutti un nome, almeno uno, che ci manda in frantumi ogni volta che lo sentiamo pronunciare. Il povero, povero in canna, non è però così povero da non possedere un suo nome: «Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe». Anzichè sul verbo avere, la vita l’ha costretto a specializzarsi sull’opposto, l’essere. “Piacere. Lazzaro”. Le parole e i titoli un significato, il nome ha un potere. Il potere di essere. Esistere.

Dio è un mendicante piagato, accovacciato alla porta: lo s’incontra ad ogni uscita, si rischia di calpestarlo: eppure esiste. Ragiona da fuoriclasse il povero, vedendo il ricco sfarfallare: “Tutti che vogliono viaggiare con te in Ferrari. A me, invece, interesserebbe incontrare qualcuno disposto a prendere il bus assieme quando il Ferrari si rompe”. Perchè capita, capita al ricco come al povero, capita ad ognuno di perdere quel che ha: il povero perde i soldi, la classe media perde la sicurezza, il ricco perde la dignità. Il vangelo è chirurgico in materia: «Un giorno il povero morì (…) Morì anche il ricco e fu sepolto». Non trovò, il ricco, nessuno che quel giorno, il giorno della sua morte, fosse disposto ad aiutarlo a traslocare nella tomba l’immensa ricchezza. Lazzaro, invece, è leggero come lo scalatore che tenta la vetta. Conquista dritto il Cielo: «Lazzaro fu portato dagli angeli accanto ad Abramo». Troppo pesante, il ricco, per tentare il salto in alto: è «negli inferi, tra i tormenti». Solo lì, a tempo scaduto, si accorge che la sfida non era tra l’essere e il non essere ma tra l’essere e l’essere di più. Adesso, solo adesso, si accorge di Lazzaro: lo brama come un assetato, gli basterebbe la punta del suo dito inzuppata d’acqua. Eppure tutti i giorni lo vedeva, sentiva il fiatone. Adesso, però, il ponte levatoio è stato alzato e tra i due «è stato fissato un grande abisso». Impossibile riaprire il fascicolo: come spiegare l’abisso a chi sceglierà di vivere in superficie? «Hanno Mosè e i profeti: ascoltino loro».

Benvenuti all’inferno. L’inferno di chi si accorge d’avere smarrito per strada l’unica cosa che contasse qualcosa: il proprio essere. “Piacere, sono Lazzaro”. Il bello – un bello da qualche parte c’è sempre – è che all’inferno non ci si potrà nemmeno lamentare, incolpando Dio. All’inferno non si andrà: all’inferno uno sta (adesso) o non sta. L’eterno sarà la semplice prosecuzione di ciò che abbiamo scelto di essere (o non essere) qui nel quotidiano. Per Dio si potrà anche vivere collezionando figurine, zigzagando tra apericena e pause caffè. Nessuno sarà mai obbligato a seguire il Cristo che, da par suo, insisterà a stuzzicare la nostra libertà. Lasciandoci l’onere e l’onore, però, di sceglierci la destinazione finale.

(da Il Sussidiario, 27 settembre 2025)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”» (Vangelo di Luca 16,19-31).

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