Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Siamo soliti dire che è la Pasqua la festa più importante del cristianesimo, quella dalla portata teologica più considerevole, perché se è vero che tutti sono stati in grado di nascere, solo Cristo, per primo, è risorto. Lì sta la grossa novità, il cuore pulsante della religione cristiana, il dato sconvolgente. Ed è effettivamente difficile non affermare che il cristianesimo sia proprio questo, cioè la risurrezione; anche da un punto di vista storico, esso nasce proprio lì, dalla grotta/sepolcro di Gerusalemme e non tanto dalla grotta di Betlemme.
La predominanza dell’evento pasquale ha, però, messo, sovente, ai margini quello dell’incarnazione. Eppure non si può liquidare in maniera troppo frettolosa il Natale, perché senza l’incarnazione non ci sarebbe stata alcuna resurrezione, senza il bambino, non avremmo avuto alcun Risorto.

In particolare, riflettere, meditare sulla natività di Gesù ci permette di tornare a un altro dato sorprendente dell’annuncio cristiano, ovvero che Dio si è fatto uomo. Perché l’incarnazione questo è, il farsi uomo di Dio, questo divenire carne, natura anche umana e non solo divina.
Ma perché questo fosse possibile, umanamente possibile, come lo è per tutti gli esseri umani, Gesù doveva nascere come ciascuno di noi, doveva adagiarsi in un grembo, ripararsi lì dentro per nove mesi, nutrirsi di sua madre, di Miriam, la ragazza ebrea a cui gli angeli facevano visita. Come tutti, anche lui doveva aver bisogno d’aiuto, dell’aiuto di una donna, di sua madre.

Così, una delle immagini più sconvolgenti del cristianesimo è quella di Maria che allatta Gesù. La storia dell’arte è disseminata di questa figura di donna che sfama il Figlio, di questa giovane che con il seno scoperto nutre il Verbo di Dio.

Nell’iconografia, si parlerebbe più schiettamente di Madonna del latte, che possiamo rinvenire sin dal V secolo, a partire dall’area copto-egiziana. È un’immagine classica, solenne, ma allo stesso tempo tremendamente umana, perché vi è ritratta una mamma che fa la cosa più naturale e spontanea, quella per cui anche il suo corpo si sente chiamato: sfamare il proprio figlio, dargli ciò di cui ha bisogno, salvarlo. Tocca agli uomini salvare Dio.

Maria, come ogni madre, fa questo, salva il Figlio dalla morte, impedendogli di morire di fame. Per questo il legame con la madre, grazie all’allattamento, è di così radicale importanza per ogni essere umano, perché la madre diventa simbolo di salvezza, è colei che m’impedisce di morire, salvandomi dalla carestia. È lei che ha permesso che fosse soddisfatto il nostro bisogno primario, ovvero mangiare e bere. Non sembra troppo assurdo, allora, dire che i due, Dio e l’uomo, hanno bisogno l’uno dell’altro.
Ma quell’immagine è anche sconvolgente perché dice di un Dio che non ce la fa, che ha bisogno dell’uomo per vivere. “Se non mi nutri, non mi dai te stessa, la tua carne, muoio”, dice il piccolo attaccato al senso di Maria. È un Dio fragilissimo, gracile come un neonato, appunto. Lo si potrebbe distruggere con il palmo di una mano. È un’icona, quella, che ribalta l’idea che sia solo l’uomo ad avere bisogno di Dio, solo l’uomo a fidarsi di lui. Invece non è così, Gesù che poppa il seno di Maria è Dio che si nutre dell’umanità, è Dio che si affida e si fida dell’umanità. È Dio che dice il suo bisogno struggente dell’umanità.

Perché Miriam rappresenta l’intero genere umano, accogliendo Dio nelle viscere della sua carne, diventa simbolo di tutta l’umanità.
Così, in un certo senso, potremmo dire che, se Maria ne è simbolo, non è più solo lei a generare Dio, ma l’umanità tutta. Non solo Maria quindi, ma ogni essere umano partorisce Dio, ogni uomo e ogni donna lo fanno nascere dentro di sé, quantomeno come possibilità.

 

È in questa maniera che Dio diventa anche figlio dell’umanità e non solo Padre.

E se Cristo è figlio dell’umanità allora ogni uomo dovrebbe tremare di fronte a questa responsabilità.
Chi ha generato figli, chi è diventato padre e madre, sa bene che il figlio è colui che di più al mondo ha bisogno di noi, non solo quando è piccolo, ma sempre. Senza di noi, il figlio muore, è solo, diventa orfano.
Non solo, però, noi diveniamo indispensabili e irrinunciabili per il figlio, ma lui stesso lo diventa per noi, perché nel suo volto scorgiamo il senso della nostra vita, ciò per cui viviamo.

 In conclusione, in questo Figlio di Dio che si fa uomo, attraverso Maria che lo allatta, possiamo intravedere due aspetti essenziali del cristianesimo: che Dio si fa uomo perché ha bisogno di noi e che allo stesso tempo, divenendo figlio degli uomini di ogni tempo, ci è anche dato di comprendere che egli ci sarà sempre indispensabile, sempre necessario, per trovare un senso e per vivere nella gioia, quella gioia che solo un figlio riesce a dare.


 Fonte immagine: Uffizi.it

Alberto Trevellin (Padova 1988), laureato in scienze religiose prima a Padova, poi a Venezia, è insegnante di religione. Sostiene che i bambini salveranno il mondo e che senza di essi non potrebbe vivere. La mattina, quando si sveglia, guarda verso il monte Grappa, per il quale ha un amore smisurato. Ama camminare tra le alte cime delle Dolomiti, correre in mezzo ai boschi, andare per sentieri sconosciuti. È sposato con una donna che crede affidatagli da Dio e ha due bambine bellissime quanto vispe.

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