Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Quando ero piccolo e veniva maggio, era il tempo del fioretto, della preghiera delle rose, della Madonna. Era il tempo del rosario. Un momento di grande trepidazione, perché la sera, diversamente dal solito, uscivo fuori e, con ogni mezzo, fossero i mie stessi piedi, la bicicletta, il motorino di un amico, raggiungevo il capitello di sant’Antonio, lontano appena cento metri da casa mia.

Si andava per pregare cinquanta Ave, le litanie, poche altre preghiere. Stranamente, rispetto ad altri appuntamenti legati alla mia piccola vita di fede, il rosario non mi pesava.

Quindici minuti prima dell’inizio, mi trovavo con amici e amiche della via per giocare a pallone. Per giocare a calcio ogni giorno. La sera, nella maniera più genuina, ne avrei dette anche centocinquanta, di Avemaria. Quando arrivava il momento di cominciare eravamo già tutti sudati. Se una sera non c’era il pallone, c’inventavamo qualcos’altro, l’importante, a quell’età, era stare insieme, poi, qualcosa da fare, la si trovava.
Nell’aria, poi, c’era quel profumo, quel sentire, quella grazia, che solo maggio, solo il mese che precede l’estate può regalare. L’inverno era alle spalle, il sole tramontava tardi, finalmente era caldo e si poteva stare in maniche corte, la scuola stava per finire.

Avevamo la fortuna che il capitello fosse in un lembo di terra ancora circondato da campi, alla periferia di Padova. Erano pregni di bellezza, alcuni lasciati a maggese, altri coltivati a grano, con i papaveri rossi a far capolino sopra le spighe, fragili più del vetro, ma anche quelli pieni di grazia.
I nostri discorsi e le nostre preghiere erano accompagnati dal canto dei grilli, dalle rane nei fossi, dal tubare di qualche colomba. Mi piaceva pensare, ieri come oggi, che stessero pregando con noi.
Stavamo in cerchio, intorno al capitello. Eravamo tantissimi, almeno dieci bambini e una ventina di adulti. Pregavamo la Madonna, ma dentro la nicchia del capitello lei non c’era, c’era il Figlio, in braccio al santo ereditato dei padovani. Bisognava fare questo sforzo di pensarla, di vederla lì accanto, magari vicino a una delle tante vecchie che recitavano il rosario con noi.

Passati cinque, dieci minuti, ogni sera, ecco presentarsi il miracolo: su quel gruppo di umili fedeli, riuniti nella preghiera ai margini di una strada di campagna, calava una pace impagabile, straordinaria.

Era una pace diversa da quella che si poteva cogliere negli altri momenti della giornata. Aveva il sapore di un altro mondo. Credo che questo dipendesse anche dal fatto che fosse una preghiera comunitaria, non solitaria, del popolo dei fedeli, dal ricco al povero, uomo o donna, grande o piccolo. Scendeva questa pace, dal cielo, nei nostri cuori e non se ne andava. Maria regina della pace, prega per noi, dicevamo. E così avveniva, la pace veniva, come un qualcosa calato dall’alto, come una mano che benedice. Come una carezza.

Ma, oltre a questa pace, che pareva di poter toccare con le mani, di poter palpare, mi colpiva l’arrivo della brezza, del vento leggero, che muoveva piano le cose, le gonne delle donne, il campo di grano, che diveniva simile alle onde del mare. Soprattutto, il vento leggero s’infilava tra i rami di un enorme pioppo bianco, lontano trecento metri da noi, altissimo, con la chioma maestosa. Ne muoveva le foglie in maniera quasi impercettibile, ma tanto quanto bastava per farle sembrare dei frammenti d’argento che rilanciavano gli ultimi, deboli, raggi di sole.
Mentre recitavo la mia parte di Ave, lo guardavo e vedevo le foglie vibrare, animate da questo essere invisibile, venuto da lontano e mi dicevo: – Ecco Dio…

Solo anni dopo, leggendo la Bibbia, trovai sostegno a quella mia sensazione, a quella sorta di teofania campestre: Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello… (1Re 19,11-13).

Oggi, dopo tanti anni, dopo due di “pausa” dovuti alla pandemia, sono ancora lì, intorno a quel capitello. I bambini non sono più dieci, qualche vecchia ci ha lasciato, passano più macchine, ma i campi sono rimasti pressoché immutati e, con essi, la bellezza e la pace di quel momento di preghiera comunitaria.

La sera, ancora, arriva la brezza leggera. Distolgo lo sguardo dal santo che tiene in braccio Gesù. Guardo verso il grande pioppo: – Ecco Dio…
E allora, dopo questo lungo periodo pandemico, di restrizioni su moltissimi fronti, non possiamo che augurarci un ritorno alla preghiera. Il primo maggio sembra che tutto sia ripartito, quantomeno che si abbia la voglia di ripartire. Il peggio sembra passato. Ed è accaduto che questo venir meno delle restrizioni capitasse proprio nel mese di Maria.

Ripartiamo allora anche dalla preghiera, dalle Ave scandite sui grani intagliati a forma di rose. Portiamo i bambini, soprattutto, a sperimentare la pace, non come la dà il mondo, ma come solo Dio e sua madre riescono a dare. Torniamo al rosario.

Alberto Trevellin (Padova 1988), laureato in scienze religiose prima a Padova, poi a Venezia, è insegnante di religione. Sostiene che i bambini salveranno il mondo e che senza di essi non potrebbe vivere. La mattina, quando si sveglia, guarda verso il monte Grappa, per il quale ha un amore smisurato. Ama camminare tra le alte cime delle Dolomiti, correre in mezzo ai boschi, andare per sentieri sconosciuti. È sposato con una donna che crede affidatagli da Dio e ha due bambine bellissime quanto vispe.

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