Narciso giallo nel deserto

Terza domenica d’avvento significa essere arrivati esattamente a metà del percorso.
Ciascuno di noi ci arriva in modo diverso. Magari stanchi per tante cose da fare e troppe preoccupazioni. Oppure, quasi dimentichi del cammino intrapreso. O, infine, impazienti di vedere finire l’attesa.

“Non temere”

Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete!” (Is 35, 4)

Si dice – e io non ho verificato, ma mi fido – che, nella Bibbia, questa esortazione compaia ben 365 volte: quasi un promemoria quotidiano che ci ricorda l’amore di dio, ogni giorno. Anche quando la tensione potrebbe prendere il sopravvento o quando abbiamo la sensazione di sentirci troppo piccoli di fronte alle avversità. E allora è Dio stesso che ci suggerisce: “non lamentarti di quanto sia grande il tuo problema; pensa che Io sono molto più grande e puoi chiedermi di aiutarti!”. Una certezza che travalica i tempi e affonda le radici nella storia d’Israele.

Una chiamata irrevocabile

«Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, infatti, i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rm 11, 28-29)

A volte, la domanda, al riguardo, risulta inevitabile: e il popolo d’Israele, il primo chiamato, che ne sarà? Il popolo che fece da tramite alla Rivelazione, quando, per lo più, i popoli della terra erano nella pressoché totalità, dediti al politeismo: che ne sarà di loro, in seguito all’avvento, nella carne, del Messia tanto atteso (anche da loro)?
La chiamata è irrevocabile. Non c’è sostituzione. I chiamati rimangono chiamati. E, a dire il vero, all’interno dell’ebraismo, si sono sviluppate alcune correnti che aprono  alla possibilità che Gesù Cristo possa essere il Messia, l’Atteso di tutte le genti. E, in lui, ciascuno di noi è chiamato al desiderio speranzoso ed orante che anche il popolo d’Israele abbia modo di avvicinarsi al Messia atteso, perché questa è anche volontà di Cristo, come attestano le lacrime sulla città di Gerusalemme[1].

Benedetto dubbio

«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3)

Se il viaggio nel deserto, nel cammino esodico degli israeliti non è stato senza cedimenti e paure, neppure per il Precursore, la fede è un evento lineare, immediatamente acquisito e perennemente mantenuto. Di fronte ai suoi sforzi, alla sua audacia, alle inimicizie che si crea, ai discepoli che vanno e  vengono, alle persone che gli chiedono consigli e suggerimenti su come vivere, è necessario arrivare fino in fondo, per comprendere il senso: a che giova il faticare? Sto andando nella direzione opportuna?

Forse, questi sono gli interrogativi di chiunque. Ci costringono a fermarci, ci domandano di andare più in profondità, nel senso del nostro abitare il mondo, per farlo con autenticità.

Un deserto che fiorisce

«Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca» (Is 35, 1-2)

L’invito di Isaia è un invito a non dare nulla per scontato. Regala una delle immagini più forti della Bibbia, che troviamo perpetuate dalla natura stessa: la pertinacia del fiore che buca il terreno più arido, che si nutre della più piccola goccia d’acqua disponibile, pur di dare sfoggio dei suoi colori. Anche nel mezzo del deserto. È forse questo l’insegnamento più prezioso: non c’è bisogno di un palcoscenico per fiorire. Basta mettere a frutto i doni di Dio, per la sua gloria, nel luogo in cui ci troviamo, nel luogo in cui siamo chiamati a servire. E chi serve con gioia, risplende.

Ecco che, allora, diventa questo l’augurio profetico, rivolto anche a noi, oggi.

Rif. letture festive ambrosiane, nella III domenica di Avvento


[1] Vd. Lc 19,41-44


immagine creata con ChatGPT

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