Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
ghiro letargo

La chiamano “Collezione Autunno-Inverno” ed è una sfida d’altissimo spessore tra i grossi nomi della moda internazionale: Chanel e Dolce & Gabbana, Giorgio Armani e Christian Dior, Benetton e Liu Jo, Nero Giardini e Blu Marine. Aguzzano l’ingegno, affilano le armi, tentano lo sguardo: il tutto per salutare l’avvento dell’autunno e dell’inverno vestiti con eleganza e non travestiti di sciatteria. Poco importa se ai respiri caldi della primavera e all’arsura dell’estate stavolta dovranno rispondere all’imprevedibilità colorata dell’autunno e alla raucedine fredda dell’inverno: per ogni stagione lo stilista riserva un picco di bellezza personalizzata perchè nessuna stagione è uguale ad un’altra, come nessun uomo è mai la fotocopia di nessun altro. Ad ogni stagione è riservata la sua collezione, ossia quell’indice di bellezza che a nessun’altra s’abbinerebbe a puntino: l’arte è sempre una porzione di eleganza realizzata su misura.
Eppure quaggiù ci si ostina a guardare all’autunno e all’inverno con quel pizzico di malinconica passione che s’addice alle liturgie funebri: il gaudio e l’ilarità dell’estate assolata cedono il posto alla tristezza e all’angoscia, al lento incedere dei passi e all’amarezza del sole che tramonta presto; il gaudio spensierato e la cordialità estiva sembrano soccombere all’autunno del sorriso e alla paura di un inverno ch’è sempre prodigo di scomodità. Tra le vie di paese la “collezione autunno-inverno” della natura tutto richiama eccetto che la bellezza e il fascino, la sensualità e lo splendore, la seduzione e il germoglio: laddove l’arte e l’estetica esprimono picchi di originalità inimmaginabile fin quasi a creare negli atelier capolavori riservati al ghiaccio invernale, l’uomo di città esprime la nostalgia di stagioni più adatte al sollazzo e alle buone intenzioni. Tant’è che si paragona volentieri – e forse con un pizzico d’ingiustizia – queste due stagioni al calare delle forze, al tramontare della giovinezza, all’inverno della malattia o alla canizie di giorni non più frementi di vitalità. Davvero strano lo sguardo che l’uomo riserva alla natura che, come stilista intrigante e invisibilmente operosa, risponde a modo suo, rilanciando la graziosità. Perchè è dell’autunno il trascolorare dei faggi e il luccichìo della brina sull’erba, l’incantevole ingiallirsi delle foglie e il lento rincasare degli armenti, la dolcezza delle castagne e il decantarsi dell’uva pigiata. Così com’è dell’inverno l’alfabeto del riposo e della quiete, il silenzioso rinvigorirsi delle falde allo scendere delle prime nevi, il ringiovanimento degli aghi dei pini, il misterioso letargo delle talpe e delle marmotte, dei tassi e delle orse. E tutta quell’invisibile programmazione che la natura opera sotto le quinte della terra: l’organizzare gli accoppiamenti delle cerve e delle orse, il calendario delle lune e dei germogli, l’ordine d’uscita degli animali dalle tane, il programma di colorazione dei germogli e di nascita dei fiori. Anche in natura c’è una “collezione autunno-inverno”, necessaria per creare nostalgia e appetito di quella successiva, la “primavera-estate” i cui lineamenti nascono sempre nel grembo di un’apparente malinconia.
L’uomo sembra non apprezzarla in versione “autunno-inverno”; forse per questo riserva il nascondimento agli anziani e ai malati, alla canizie e alla disabilità, alla malattia e alla povertà. L’uomo è un essere smemorato e saputello, così ambizioso da dimenticare che è d’inverno che la primavera si sveglia, è d’autunno che la terra ritrova la forza perduta. Come dall’uomo sconfitto germoglia sovente una sorgente di stupore d’insospettabile fascino e dall’uomo privo di forze si sprigiona una misteriosa energia. Le chiamano stagioni “morte” e c’abbinano sguardi tristemente appassiti; li chiamano uomini “finiti” e li guardano con pietà. Ignorando d’essere in fronte a dei capolavori di grazia e beltà.

(Il Mattino di Padova, 11 novembre 2012)

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