Essere campioni è un po' come somigliare al formaggio Asiago, quello doc: si nasce. Essere signori, però, anche se lo si nasce è un qualcosa che chiede d'essere sempre alimentato. Incontrare un campione-signore e stringergli la mano è qualcosa di umanamente inaspettato al giorno d'oggi. L'avevo sempre ammirato per il suo nascondimento, la sua modestia e la sua sincerità sportiva e umana. Perché avevo capito fin da subito che per lui vincere o perdere non era l'obiettivo: il vero obiettivo è quello di diventare una persona felice. Me l'ero immaginato e l'ho trovato tale e quale: semplice e sincero. Oltreché accogliente.

Stamattina son salito fin lassù, ai confini dell'Italia ormai prossima all'Austria. A colazione mi aspettava Alex Schwazer, la medaglia d'oro nella 50 km dell'Olimpiade di Pechino 2008. Ma anche quello del ritiro nella 50 km di marcia agli Europei di Barcellona 2010. Lo stesso ragazzo che disse «non sono felice perché ho vinto, ma ho vinto perché sono felice» (2008) e due anni dopo disse «il problema non sono gli allenamenti o il rapporto con l'allenatore. Il problema è che non riesco a divertirmi» (2010). Correre divertendosi per imparare a vivere magari fallendo l'obiettivo: impossibile non innamorarsi di questi campioni.

 

In un'ora m'ha aperto il suo mondo, fatto di cose semplici, dell'avventura degli allenamenti, della sua amatissima montagna e della sfida con se stesso prima di tutto. Mi ha parlato di mille cose, le mille cose che possono accomunare tra loro due ragazzi giovani, un prete e un atleta. Due storie che vogliono condividere con gli altri un capitale di fortuna che si sono trovati in tasca una mattina che si sono alzati e hanno deciso di giocarsi la vita.
Gli dovevo parlare di una cosa, dell'altra faccia della nostra maratona (quella che nessuno ancora vede, ma che è già prossima a presentarsi): ho scoperto che sapeva già tutto. Cosicché il nostro incontro non è stato altro che un confermarci a vicenda un alfabeto di sport e umanità che condivide la stessa grammatica. E un rilanciarci a vicenda possibili sogni da concretizzare assieme. Insomma: sono salito con un sogno in tasca, me me sono tornato a casa con uno scrigno di sogni inaspettati. E una convinzione: lo sport è davvero uno dei Templi più affollati in cui oggi i giovani celebrano le loro più grandi liturgie. Se la corsa è una religione, stamattina abbiamo condiviso la fede.
Non poteva iniziare meglio di così la nostra settimana che ci prepara al grande appuntamento di domenica prossima a New York: con una stretta di mano, un in bocca al lupo e un arrivederci da un amico quale si è dimostrato da subito Alex.
Stasera l'avventura continua. Con il mio Peppone in arrivo da Milano (diluvio permettendo) e l'altro grande amico Alessandro Zanardi parteciperemo al programma Sportlandia (Canale Italia, 21-22.30) condotto dal giornalista Vito Monaco. Un'occasione bellissima per poter parlare del sogno che ci ha fatto incontrare: raccontare lo sport come forma di educazione. Domattina, poi, tutti in viaggio verso la Bella Venezia. Nella terra del Leone di San Marco l'on. Luca Zaia - Presidente della Regione Veneto - assieme a tutta la Giunta Regionale consegnerà un riconoscimento speciale al nostro progetto sportivo-culturale. E' sempre bello vedere che quando uno sogna da solo rimane un semplice sognatore. Quando sono in due a sognare si rischia di scrivere una pagina nuova. C'è un grosso problema, però: non sono da solo a sognare, non siamo solo noi due a sognare. Siamo un gruppo di indomiti sognatori che si sono incrociati per percorrere la stessa strada.
Incitandosi a vicenda.

Alex Schwazer con Don Marco

P.S.: Siccome l'esagerazione è lo stile per eccellenza del mio primo Datore di lavoro, allora bisognava aprire la busta arrivata ieri sera per scoprire che in questo progetto Lui ci sta mettendo lo zampino. Perché partire con un pettorale così basso nella Maratona più grande del mondo (50mila atleti), proprio a ridosso dell'Africa Nera che corre per vincere, è segno che probabilmente tutto quello che stiamo facendo è per ispirazione opera Sua.
E io mi trovo ad essere lo strumento che Lui sta usando a suo uso e consumo. Sono sincero: in un mondo di schiavi, mi sento orgoglioso d'essere servo del Signore. L'unico modo, forse, per essere davvero liberi.
Liberi di correre, di sognare, di vivere.
Di colorare il mondo.

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