Dal libro di Samuele al vangelo secondo Matteo, il filo rosso che lega le letture è senz’altro quello dell’ascolto della Parola di Dio e della vocazione. Parole antiche, ma che parlano ancora, in un tempo che immediatamente si mostra molto più simile al passato di quanto potrebbe parere a prima vista.
«La parola del Signore era rara in quei giorni»
Questa l’annotazione che apre l’episodio della ‘vocazione di Samuele’. Lo scrittore sacro ci tiene a precisare che si tratta di un’epoca particolare: Eli è ormai anziano e i suoi figli si sono allontanati dagli insegnamenti paterni, oltre che da quelli divini. In sostanza, il sacerdozio stesso sembrava in crisi, così come il ruolo profetico. Già quest’osservazione rende il testo vicino: “A che servono i sacerdoti? Perché buttare il proprio tempo nella vita contemplativa… ancora ancora capisco andare in missione…”. Non sono forse queste le domande che affiorano spesso alla bocca, nel dibattito contemporaneo? La radicalità assimilata a perdita di tempo o spreco. Ecclesiaste commenterebbe: «nulla di nuovo sotto il sole»[1].
«Non aveva ancora conosciuto il Signore»
Samuele è solo un ragazzo, conosce poco non solo di Dio (chi può dire di conoscerlo, del resto), ma più in generale dell’attualità. Portato al tempio poco dopo lo svezzamento, per adempiere a una promessa, figlio tanto desiderato dalla madre da chiedere di averlo per donarlo a Dio, al servizio del tempio. Qui forse stride, il contrasto con l’attualità: di fronte alla sterilità, la preghiera è considerata un orpello inutile. Oggi, si preferisce ricorrere alla fecondazione assistita, senza domandarsi le conseguenze morali, e se il figlio ha qualche problema, l’aborto è sempre disponibile, perché «l’importante è la salute».
L’incomprensione comprensibile
Nato e cresciuto al tempio, il paradosso è che Samuele, probabilmente, conosce meglio il tempio di quanto conosca Dio. Ci vive, lo abita, probabilmente se ne prende cura, lo pulisce e lo ordina, sotto la guida di Eli. Per questo, quando avviene l’imprevisto, il suo primo istinto è quello di chiamare Eli. L’unico che abbia motivo di domandare la presenza di Samuele, non può che essere Eli. Pur anziano, il sacerdote conosce la dinamica. Gli piange il cuore, eppure sa che Dio non guarda il lignaggio ma il cuore. Eli conosce Samuele e conosce Dio. Il cuore puro di quel ragazzo può cambiare le sorti di un sacerdozio stanchi, con figli ormai ribelli ad una voce flebile ed ininfluente (anche se non sembra, mi riferisco al brano biblico…).
«Il tuo servo ti ascolta»
Questa, dunque, l’istruzione che Eli impartisce al ragazzo: «Se senti ancora quella voce, rispondi: “Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta”». Per chi si è ormai assuefatto a questo brano, conoscendolo già, pare un motivo già ascoltato. Eppure, contiene un messaggio potentissimo. Quanti di noi sostengono di non riuscire a sentire Dio? Eppure, quanto è difficile ascoltare chiunque altro? Quanto spesso ascoltiamo, ma solo per rispondere, con la mente già impegnata in altro, con l’incapacità di tenere fisso il nostro sguardo sull’interlocutore?
Inizio e nuovi inizi
Questa disponibilità all’ascolto è, per Samuele, l’inizio della sua storia, ma, per Israele, anche una svolta storica. Il ritorno della profezia. Il contrappeso al potere monarchico, quasi in una sorta di suddivisone dei poteri in grado di anticipare Montesquieu. Forse, allo stesso modo, valorizzare le potenzialità di un maggiore ascolto potrebbero farci scoprire, anche nel nostro quotidiano, la possibilità di ulteriori inizi, anche nelle nostre relazioni più logore e stantie.
«Pescatori di uomini»
Nel vangelo di Matteo la sete di radicalità si fa sequela, nella vocazione di quattro pescatori, due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Lo stesso mestiere, ma non la stessa storia. Di Giacomo e Giovanni c’è il padre, quasi a evidenziare una continuità interrotta, in un mestiere a lungo tramandato di padre in figlio. Forse, era così anche per Simone e Andrea, ma, ormai, probabilmente, per loro, era già ‘questione fraterna’. La chiamata non è a lasciare ogni cosa. È a trasformare la vita. Non più pescatori di pesci, ma di uomini. Eppure, la pesca, c’entra ancora. Occorre cambiare strumenti. Trovare altre reti. Oggi, eventualmente – perché no? – social.
Un ascolto che si fa vita
Seguire Gesù è seguire un rabbi itinerante, che percorre le vie della Galilea. In altre occasioni, lo ha ribadito egli stesso: “Se cerchi stabilità, vai altrove. Io non costringo nessuno, ma non nascondo che a volte non so neppure io dove posare il capo”[2].
Bisogna imparare, da subito, un ascolto in cammino. Imparare a sentire la strada, mentre cammini. Non lasciarti spaventare dalla stanchezza che ti assale, non farti prendere dal panico per quello che manca, imparando ad assaporare la bellezza che incontri.
Solo dall’ascolto, passa la sequela, come risposta al dono della vita, nel dono della propria vita a Dio, nel lavoro, nella quotidianità, in famiglia, in vacanza.
Perché Dio non è mai chiuso per ferie[3].
Letture festive ambrosiane nella VIII domenica dopo Pentecoste (1Sam 3,1-20; Sal 62; Ef 3, 1-12; Mt 4, 18-22)
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[1] Qo 1, 9
[2] Cfr. Lc 9, 58; Mt 8, 20-21
[3] Cfr. Gv 5, 17

2 risposte
Imparare a sentire la strada, ascoltare contemplare la bellezza che ci circonda, ringraziare ecc… durante il cammino di Santiago ho sperimentato la fatica,la paura da sola, confrontando con la vita di ogni giorno c’è tutto questo,ma alla fine tanti segnali e gratitudine per l’amore che il Signore ha per noi lo trovo nella quotidianità,con le persone a me vicine e nessun incontro è casuale.grazie buona giornata 🙏🙏🙏
Grazie Maddalena