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- M. Pozza, Penultima lucertola a destra. La sconfitta è l'arma segreta dei vincitori, Marietti Scuola, Novara 2011 (pref. di Magdi Cristiano Allam)
- M. Pozza, Dire Dio. Tra cocktail, graffiti e canto gregoriano, ISG 2010 (pref. di Mons. GianCarlo Maria Bregantini)
- M. Pozza, Asini dalle matite colorate, ISG 2010 (pref. di Alex Zanardi + materiale scaricabile gratuitamente dal sito)
Articoli pubblicati
Pozza M., «Davide e Golia. Una metafora dell'intrigo sacerdotale odierno» in La Rivista del Clero Italiano, 6(2011)
- M. Pozza, Penultima lucertola a destra. La sconfitta è l'arma segreta dei vincitori, Marietti Scuola, Novara 2011 (pref. di Magdi Cristiano Allam)
(Prefazione) Comunicare riuscendo a convincere le menti e a scaldare i cuori è un'impresa che riesce a pochi, a coloro che hanno le idee ben fondate, che le sanno esprimere con chiarezza e interpretare con passione. Comunicare riuscendo a conquistare i giovani è un dono degli eletti a cui la Provvidenza, o se preferite laicamente il Destino, ha infuso la grazia di elevarli alla vetta della spiritualità che emancipa l'anima dai lacci e laccioli delle ininterrotte e inestricabili contingenze, al punto da trasformarli nell'incarnazione della sintesi felice di Verità e Libertà, Fede e Ragione, Valori e Regole, rendendoli in grado di proporsi come la manifestazione autentica dell'amore incommensurabile che rigenera la vita avvolgendo ciò che è in noi e ciò che è attorno a noi.
Don Marco Pozza è un eletto. Emulando l'esempio di Gesù Cristo ha donato tutto se stesso per risuscitare la vita che è in sé e che è negli altri, affinché si innalzi al livello della trascendenza che dà un senso compiuto a ogni dettaglio della quotidianità e all'insieme della nostra esistenza terrena. È capace di infondere l'ardore che ci sprona nel passaggio dal pensiero all'azione e da un'azione all'altra nella lenta costruzione che si realizza giorno dopo giorno, armonizzando quell'ardore con la serenità di chi conosce la rotta da intraprendere ed è certo del traguardo da perseguire perché s'incarnano nella testimonianza del Cristo che è Via, Verità e Amore.
Il sudore che emana dalla fronte di don Marco quando parla appassionatamente in mezzo ai suoi ragazzi viene raccolto e sublimato nella compostezza di un corpo che esprime in modo olistico il felice sodalizio tra la verità che si conosce, i valori in cui si crede e l'azione che si realizza. Don Marco è un giovane straordinario. La natura gli ha donato un fisico bello, affascinante e seducente. Il Signore gli ha dato la grazia di uno spirito luminoso, coinvolgente e irresistibile. È l'ambasciatore ideale del messaggio cristiano tra i giovani. È un giovane speciale tra i giovani che sognano di essere speciali. È un figlio della società dell'avere e dell'apparire che ha scelto di testimoniare la scelta di vita dell'essere, predicando la felicità che corrisponde a ciò che sei dentro autenticamente e totalmente e che ti consente di essere pienamente te stesso, e non corrisponde a ciò che possiedi e ancor meno a come sei percepito, ridotto a semplice immagine riflessa nello specchio delle alterne fortune e dell'arbitrio altrui.
Questo suo primo romanzo è un inno alla vita. Alla vita che deve essere messa al centro e deve sempre primeggiare sulle istituzioni e sulle consuetudini sociali, pena l'offesa e la negazione della sacralità del bene inalienabile che è il fondamento stesso della nostra umanità. Ed è un'apologia dei giovani. Ai giovani che devono essere messi al centro e devono sempre primeggiare sull'insieme della costruzione sociale che si regge sulla capacità della famiglia naturale di rigenerarsi e di progredire, pena il declino del nostro presente e l'eccidio del nostro futuro. Così come è una incantevole esaltazione della bellezza. Passo dopo passo si assaporano stupendi versi messi in prosa degni di un grande poeta. Tutto ciò è calato nella realtà dei nostri tempi difficili al punto da disumanizzarci, in cui proprio i giovani sono le principali vittime.
Ecco perché auspico di cuore che questo romanzo venga letto dal maggior numero possibile di giovani e che possa degnamente avere uno spazio di rilievo sui banchi scolastici. Tutti noi impareremo molto. Soprattutto coglieremo con mano il nesso indissolubile tra Verità, Amore e Libertà. Che ritroviamo nella bellissima massima tratta dal Vangelo secondo san Giovanni: «Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi».
Magdi Cristiano Allam
Europarlamentare "Io amo l'Italia"
già ViceDirettore de Il Corriere della Sera
- M. Pozza, Dire Dio. Tra cocktail, graffiti e canto gregoriano, ISG 2010 (pref. di Mons. GianCarlo Maria Bregantini)
(Prefazione) Leggendo questo straordinario libro di don Marco Pozza sull'incontrare i giovani – amati più che studiati, accolti più che guardati, incontrati più che analizzati – mi sovviene un preciso ricordo della mia vita di studente di teologia. Quando, cioè, mi chiesi non tanto se farmi prete ma come essere prete. Compresi che era necessario entrare nel vivo della storia, nelle pieghe di un vissuto che c'interpella e che, come Chiesa, caratterizza il nostro modo di porci davanti ad un mondo così diverso e così affascinante.
Decisi, allora, di andare a lavorare in fabbrica. Erano gli anni dei "preti operai", di chi sentiva nel cuore lo zelo per il Regno di Dio ma intuiva anche che questo Regno andava annunciato con un linguaggio autentico e una testimonianza verace. Compresi subito, però, che quel Regno non ero io a portarlo, ma abitava già dentro i cuori della gente che lavorava in fabbrica. Era già nell'animo di quei papà che, solidali e uniti, faticavano per il pezzo di pane sudato.
Credo sia questo che c'insegna, con un linguaggio ben più figurato, questo affascinante libro: perchè coglie che i giovani già ci sono nelle nostre chiese. O meglio: davanti alle nostre chiese, su quei gradini "tra cocktail, graffiti e canto gregoriano".
Ma spesso su quei gradini pure ci rimangono, mentre il prete passa veloce, con l'orologio in mano, con le campane che chiamano, col profumo dell'incenso nella veste. Ed essi rimangono là, sui gradini, a porci domande precise. Come quelle degli operai che i preti, operai come loro, cercavano di intercettare. Perchè "non sono lontani dal Regno di Dio". Anzi, attraverso quel loro chiederci chiarezza ed esigere testimonianza coerente, esprimono una sofferta nostalgia. Com'è sempre dolce la nostalgia delle cose e delle persone: la nostalgia di Dio, un Deus absconditus, che si fa curiosità, emozione, ricerca, lacrima silenziosa, abbraccio, profumo d'attesa, carezza del cuore.
Il loro è spesso un grido che va colto, capito e gridato con loro: ma con la forza nel cuore, verso quel cielo di cui tutti abbiamo oggi immenso bisogno. Un cielo che se lo incontri ti cambia la vita. Perchè – come scrive un poeta – "con il cielo la terra si fa giardino. Ma senza quel cielo che si specchia nel cuore, la terra diventa fango". Occorre saper percorrere le strade e lo stile di Paolo all'areopago: curioso e attento, capace di cogliere i semina Verbi tra antiche pietre d'altare. Sentendo che tutti noi – magari a fatica, a tastoni o a tentoni – cerchiamo la Vita e la Luce.
Questo libro c'aiuta a lanciarci in quest'avventura: un libro fatto di tenerezza ma sopratutto scritto a cuore aperto. Un cuore che, aperto, apre la mente perchè, nel mentre li ascolti per rispondere loro (sopratutto nelle aule scolastiche dove spesso da vescovo anch'io vado, sollecito e rispettoso), i giovani ti chiedono di usare sia il cuore che la mente, sia il cielo che la terra, sia le emozioni che il pensare sistematico: non vanno delusi o abbandonati. Vanno coltivati.
O meglio, vanno allenati perchè diventino campioni: campioni di santità, forti nella corsa, indirizzati alla mèta scegliendo quella direttissima che conquista prima ancora d'essere conquistata. Come sulle Dolomiti.
Un libro prezioso. Utilissimo per capire il loro linguaggio, per decodificarlo senza paura. Scritto con quella leggerezza che viene dallo Spirito, come il vento dell'Est: che scompagina i capelli offrendo la brezza leggera provata dal profeta Elia.
Li ami e poi li capisci, perchè – come amava dire san Giovanni Bosco – "l'educazione è cosa del cuore" così che "amando quello che i giovani amano, essi ameranno quello che noi amiamo".
Grazie a don Marco per le sue provocazioni. E le sue risorse.
E buona lettura a tutti. Perchè "i giovani restano le frecce in mano ad un eroe".
Mons. GianCarlo Maria Bregantini
Arcivescovo Metropolita di Campobasso - Bojano
Leggi anche la presentazione dell'autore
- M. Pozza, Asini dalle matite colorate, ISG 2010 (pref. di Alex Zanardi + materiale scaricabile gratuitamente dal sito)
(Prefazione) Riflettere mi piace, ma mai avrei immaginato di chiedermi:
«Alex, hai mai visto una farfalla?»
Da bambino ne ho rincorse tante col retino da pesca di papà: risposta scontata. Ma sono certo che, a lettura terminata, direte anche voi che la domanda è seria e pertinente.
Ogni persona nella vita ha occasioni per partire e ripartire, per dimostrare e dimostrarsi che la vita è un'opera da accendere. Io sono stato fortunato: la mia farfalla è l'ottimismo del carattere. Per ciò che mi è accaduto e per le conseguenze, la gente mi attribuisce qualità che so di non possedere, perlomeno nella misura in cui dicono loro. Ho fatto tutto per amore della vita, della mia in particolare. Ma quando un ragazzo mi racconta che in certi momenti la mia storia l'ha aiutato - per vincere l'apatia o ritrovare la fiducia - sono felice perché la farfalla che ha visto in me ha acceso in lui dei voli.
E sorrido: perché so di aver allentato il suo male.
Il mio amico don Marco possiede qualcosa che gli permette di vedere le farfalle nei posti giusti. Ciò che mi sorprende di lui è che non si stanca mai di puntare il dito per indicare i voli delle farfalle: spesso ci riesce e quando fallisce trova l'incredibile forza di ritentare.
Il lavoro che segue è uno stupendo invito a girare lo sguardo. Perché - che decidiate o meno di alzarvi dai binari della vostra vita - ognuno può diventare farfalla per altri.
Alex Zanardi
ex pilota di Formula 1
Articoli pubblicati
Pozza M., «Davide e Golia. Una metafora dell'intrigo sacerdotale odierno» in La Rivista del Clero Italiano, 6(2011)
La storia di Davide e Golia viene riletta da don Marco Pozza, giovane sacerdote della diocesi di Padova, come un'istruttiva metafora dentro la quale rispecchiare la sfida del ministero in questo tempo di radicali cambiamenti, nel quale la fede fatica a prendere parola e quindi a immaginarsi nell'azione. In quella vicenda balza agli occhi lo scarto tra l'umanità di Davide e il compito assegnatogli da Dio, che sembra trascenderlo e travolgerlo. L'evidente sproporzione che abita la distanza tra la sfida di Dio e la percezione che l'uomo ha delle sue capacità è la medesima che getta a volte il ministro in uno stato di paura, di angoscia e di smarrimento, dal momento che non sa il come di una risposta, sovente paralizzata dai 'giganti' nemici. Eppure, suggerisce don Pozza, il segreto dell'azione è il medesimo oggi come allora, sta nell'«inimmaginabile forza della debolezza»: «Inesperti e incapaci – e pure nel fondo magari un po' delusi da se stessi – nulla toglie al ministro di oggi la certezza che è in quello scarto esistenziale che abita il segreto e la segregazione che Dio ha preparato per i suoi scopi. Imparare a leggere quella 'zona di frontiera' è abitare una terra santa, dove i sandali devono essere levati perché c'è una grammatica nuova da apprendere per imparare a camminare».
Pozza M., «Ieri i lupi, oggi i pirati. Quando il vangelo chiede creatività» in La Rivista del Clero Italiano, 9(2010)
Torniamo a riflettere sull'annuncio dell'evangelo alle nuove generazioni, lo esige il tema, a motivo del radicale mutamento di contesto e di linguaggi che la 'rivoluzione digitale' ha promosso nella cultura giovanile. L'appassionato studio di don Marco Pozza, giovane presbitero della diocesi di Padova, disegna provocatoriamente il nuovo scenario dell'evangelizzazione, simile alla navigazione in mare aperto, disponibile a veloci tattiche più che a ingombranti strategie. Si tratta di una nuova forma di percezione del mondo, che tende a rispecchiare le dinamiche comunicative sperimentate sul web, percepite come estranee e inquietanti dagli schemi della pastorale più consolidata, eppure da affrontare, poiché anche questa parte di umanità ha tutto il diritto di sentirsi annunciare la Parola che salva. Don Pozza suggerisce al lettore alcune linee che permettono di intuire come ricreare e riaggiornare in diretta l'alfabeto che addita al Cielo: impiegare un linguaggio rapido, denso di immagini e metafore, agire per veloci scorribande tattiche, privilegiare il lato estetico dell'annuncio: «La vittoria tra rilevanza e irrilevanza potrebbe giocarsi sul potere fascinoso della Bellezza: sull'annuncio di un Dio in forma attraente che seduca, sorprenda, provochi e incanti. Il post-cristianesimo sta segnalando l'insufficienza della verità e della bontà di Dio. Reclama una veritatis splendor».Pozza M., «Corro perchè conquistato. Lo sport e l'ordine del cuore» in La Rivista del Clero Italiano, 11(2009)
(Abstract) La riflessione di don Marco Pozza, giovane prete della diocesi di Padova e appassionato maratoneta (se ne può consultare il sito www.sullastradadiemmaus.it), invita a riscoprireil valore educativo della pratica sportiva, che mostra indubbie analogie con l'educazione alla fede: si tratta di un'educazione che corre per certi versi parallela, «almeno quando l'obiettivo è quello di preparare le disposizioni interiori, le fondamenta sulle quali poi poggiare e realizzare il progetto architettato. La dimensione sportiva spartisce con l'atto di fede quell'ordine del cuore che è necessario tanto per fare di un buon ragazzo un possibile campione quanto per faredi un giovane fedele un possibile santo». L'ordine del cuore evocato in queste pagine è il terreno propizio alla ricomposizione di interiorità disperse e frammentate, come spesso sono quelle dei giovani oggi, e perrendere possibile anche a loro l'ascolto dell'Eterno che chiama.Pozza M., «Come lucertole. Sub specie aeternitatis II» in La Rivista del Clero Italiano, 6(2009)
(Abstract) Anche questa seconda parte dell'articolo di don Marco Pozza evidenzia una profonda conoscenza del mondo giovanile insieme ad una sapiente riflessione esistenziale.L'attenzione viene qui concentrata su due 'liberazioni' invocate dalla condizione giovanile: liberazione dal tempo e dall'ambiguità del gesto. Infatti «la questione del tempo si rivela tutt'altro che secondaria a lfine di sanare l'immaginazione giovane ferita e riscoprire l'importanza dell'affectus verso Dio», e insieme – si interroga l'Autore in relazione alla gestualità – come è possibile «spiegare l'abbraccio con cui si firma il segno della pace a giovinezze abituate ad abbracciare tutto, tutti e ovunque?». Facciamo nostro l'augurio conclusivo del saggio, che ne ribadisce anche la tesi di fondo: Dio «non è stato dimenticato: questa è la consolante notizia. È stato offuscato: ripulirlo è la sfida stilistica per un cristianesimo d'azione e convinzione».Pozza M., «Come lucertole. Sub specie aeternitatis I» in La Rivista del Clero Italiano, 5(2009)
(Abstract) Negli ultimi mesi abbiamo ospitato sulla Rivista diversi contributi che da differenti angolature hanno cercato di scandagliare i mondi giovanili, tendenzialmente estranei all'universo della fede cristiana. Il saggio che qui pubblichiamo arricchisce l'esplorazione della prospettiva empatica di un giovane sacerdote padovano, don Marco Pozza, il cui punto di vista risulta particolarmente prezioso perché unisce prossimità anagrafica e distanza critica, esperienza condivisa e riflessione critica. La grande sensibilità dell'Autore conferisce allo scritto la capacità di parlare efficacemente dei giovani, ma suggerisce pure un linguaggio col quale intendersi e comprendere le nuove generazioni. Capire – sottolinea l'Autore – che la corretta forma di relazione non può che essere «uno stile di pastorale ospitante», profondamente rispettosa dell'identità altrui, e tesa come un giocatore di scacchi a indovinare la mossa che possa aiutare loro a semplificare la lettura della vita, accogliendo così quel grido che, «tacitamente ignorando, ci stanno lanciando con la loro apostasia silenziosa: liberateci!». In questa prima parte dell'articolo don Pozza, dopo un'introduzione generale, si sofferma sulle patologie della parola nell'universo giovanile odierno e sui possibili rimedi. Sul prossimo numero l'autore approfondirà le dimensioni del vissuto temporale e della gestualità.Pozza M., «Dal mare di Tiberiade al mare di Internet. La sfida del comunicare» in Incontro, 3(2009)23-30
Collaborazioni in corso
- La rubrica Sulla strada di Emmaus per la testata de Il Mattino di Padova ogni domenica mattina.
- La rubrica Sapor d'acqua natìa per la testata de L'Altopiano.
Prossimamente in uscita
- Progetto editoriale-sportivo con La Gazzetta dello Sport - De Agostini Scuola in vista della Maratona di New York 2010









(Prefazione) Comunicare riuscendo a convincere le menti e a scaldare i cuori è un'impresa che riesce a pochi, a coloro che hanno le idee ben fondate, che le sanno esprimere con chiarezza e interpretare con passione. Comunicare riuscendo a conquistare i giovani è un dono degli eletti a cui la Provvidenza, o se preferite laicamente il Destino, ha infuso la grazia di elevarli alla vetta della spiritualità che emancipa l'anima dai lacci e laccioli delle ininterrotte e inestricabili contingenze, al punto da trasformarli nell'incarnazione della sintesi felice di Verità e Libertà, Fede e Ragione, Valori e Regole, rendendoli in grado di proporsi come la manifestazione autentica dell'amore incommensurabile che rigenera la vita avvolgendo ciò che è in noi e ciò che è attorno a noi.
(Prefazione) Leggendo questo straordinario libro di don Marco Pozza sull'incontrare i giovani – amati più che studiati, accolti più che guardati, incontrati più che analizzati – mi sovviene un preciso ricordo della mia vita di studente di teologia. Quando, cioè, mi chiesi non tanto se farmi prete ma come essere prete. Compresi che era necessario entrare nel vivo della storia, nelle pieghe di un vissuto che c'interpella e che, come Chiesa, caratterizza il nostro modo di porci davanti ad un mondo così diverso e così affascinante.
(Prefazione) Riflettere mi piace, ma mai avrei immaginato di chiedermi: