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Pensiero creativo
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"Memento mori" ("ricordati che devi morire") scrivevano i latini un po' ovunque. E' una massima che io volterei: "Memento vivere". Un'impresa che, giorno dopo giorno, si mostra sempre più ardita. Perché vivere non costa nulla, esistere è un imperativo per declinare il quale non basta una vita intera. |
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Intrigante come una donna e misteriosa come le cose che non passano. Non tieni i soldi del pallone, il rombo dei motori, la fantasmagoria dello sci. Ma ti fai forte di una costanza unica da chiedere ai tuoi amanti. Partono in tantissimi per rubarti lo scettro, ma pochi s'avvicinano alla bellezza di un traguardo che chiede mesi d'allenamento, di costante e meticolosa preparazione: colui che s'addentra tra le pieghe dei tuoi intrighi sa di mettersi in gioco come in poche altre discipline. Perchè all'atleta tu chiedi la testa per poterti stringere: altri chiedono la forza dei muscoli, lo spirito della squadra, la veemenza del gesto. Tu sei questo, ma anche molto di più: nel conto addebiti pure l'ordine e la compostezza di una mente da allineare.
Era appena sorta la settimana che la fede cristiana addita come santa, che sul cellulare iniziavano a pervenire i primi messaggi recanti l'augurio di una felice Pasqua. Eppure s'era appena entrati a Gerusalemme, la folla era ancora trionfante e quel Messia poteva ancor dare adito a qualche speranza di sollevazione popolare. Auguri, pertanto, un po' strani e fuori misura quelli partiti giorni fa: forse firmati da gente indifferente al lato cristiano della settimana, da uomini e donne stranamente protesi già alla domenica della gioia, forse da qualcuno che vorrebbe saltare in tronco il mistero della Passione e della Croce che anticipa il Sepolcro trovato vuoto. Sarà perchè l'uomo nutre sempre più paura del tempo che scorre, della giovinezza che va scemando, di un'esistenza costellata di troppe croci e poche risurrezioni: fatto sta che saltando dalla domenica della palme alla domenica della Risurrezione si smarrisce la possibilità d'incontrare i tanti personaggi - variopinti nella loro umanità e nella loro fatica di credere - che abitano le strade del Vangelo di questi giorni.
Chissà se le maestre avranno insegnato loro che la grammatica italiana contiene svariate figure retoriche: allegoria e anacoluto, disfemismo ed endiadi, epanalessi e ipallage, iterazione e litote, metonimia e pleonasmo, similitudine e sineddoche. E altre. Domanda lecita - in questo giorno in cui la politica costretta tace - nel ripensare all'uso che s'è fatto della parola in questi mesi di tante offese, di pochissima creatività e d'invisibile proposta critica da parte dei vari candidati e schieramenti. E' quasi sembrato che l'unica figura retorica conosciuta fosse l'iperbole, quella possibilità data dalla grammatica di esagerare nella descrizione della realtà grazie a delle affermazioni che amplifichino la verità. "Esco a fare quattro passi": ma in realtà si cammina magari per un'ora. "Darei la testa per quella macchina" quando invece si sa per certo che il concessionario preferisce i contanti. "Ci facciamo due spaghetti" anche se tutti sanno che nessuna dieta prevede un'insignificanza di carboidrati così drastica. Ma queste sono iperboli innocue, al pari di quelle che cantano l'amore che sfiora la pazzia sulle pietre dei muretti: provocano sorrisi, tutt'al più tenerezza, a qualcuno motivi di riflessione. Non portano quel fastidio che arreca l'iperbole quando a farne le spese è il vissuto della gente comune.
Immaginarsi in proprio la vita sembra essere l'impresa più ardua ed estenuante che campeggia statuaria dinanzi all'esistenza del popolo giovane: ma è anche l'unica possibilità che pone loro la certezza d'essere protagonisti attivi della loro avventura umana. Troppo spesso - e noi ce ne accorgiamo quando in prossimità di qualche grandissimo evento i giovani tornano alla ribalta - si trovano a dover fare i conti con un percorso già segnato e semplicemente da percorrere a testa bassa: nei solchi di una cultura già determinata, di un avvenire poco personalizzabile, di chance per mettersi in gioco sempre più risicate e architettate a tavolino. La giovinezza da sempre è un tema combattuto e sovente viene usato per mascherare la fatica di accendere la passione dentro queste anime che vanno migrando di tentativo in tentativo. Chi ha a che fare con l'educazione dei ragazzi sperimenterà sempre più spesso che oggi non basta più appellarsi all'autorità che uno ricopre per riuscire ad addentarsi nell'immaginazione di un ragazzo fino a rimetterla in piedi e farla camminare: occorre che la parola ritrovi la sua originaria capacità di segnare la storia, d'addentrarsi per proporre una modalità diversa di vivere il quotidiano, di riprendersi quell'eleganza che fa di lei il mezzo di comunicazione più efficace tra gli uomini fino a condividere la propria intimità.
Belle e dannate. Costrette e avvinghiate alla dura legge della bellezza per non correre il rischio di essere nessuno nel palcoscenico della vita. Quello che un tempo era lo sfizio della mamma, della zia e della sorella più grande ora diventerà il punto d'approdo di adolescenti sempre più infiacchite nell'anima che alla bellezza artificiale chiederanno un aiuto per sentirsi vincenti.