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Il Vangelo della Domenica
Il Vangelo della Domenica
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Nella lingua italiana credente si dice di colui che coltiva un discorso di fede. Non si dice “creduto” ma “credente”. Credente non è chi ha creduto una volta per tutte ma chi, in obbedienza fedele al participio presente, rinnova il suo credo continuamente. Ammette il dubbio, sperimenta il bilico, trema di fronte all’abisso. E ci sono giorni in cui un credente cede, poco o tanto, perché questa è la posta in gioco nella più difficile delle vocazioni umane. Quest'anno una volta al mese apriamo le porte di casa a gente che abita la Scrittura Sacra: gente che, pur additata come gigante, ha conosciuto il lato difficile della fede. La fede difficile, per l'appunto. Scendere nella notte oscura per dare del tu a Dio: perché è scritto che l’uomo è argilla opera di un artefice, che ne è causa e ne condivide le responsabilità. (I commenti al vangelo della domenica inizieranno la Ia Domenica d'Avvento. In queste domeniche presenteremo la "fede difficile" di alcuni personaggi della Scrittura Sacra). |
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Un giorno partirono. Anzi, sarebbe meglio dire che furono costretti a partire! Meglio ancora: volevano farli partire. Capisci: era già scomodo ancor prima di nascere. E così, dalle sinuose colline di Nazareth, profumate di menta e di anemoni selvatici, popolate di lavandaie, di poeti e di funamboli, ricche di storia per cultura, fede e tradizione… un modesto falegname, discendente diretto della stirpe di Davide, annodò la sua giovane sposa, vergine - incinta - innamorata, figlia di Gioacchino ed Anna, sulla dolcezza di una schiena d’asino e s’incamminò verso Bethlem, la “casa del pane”. Costretti a partire perché un uomo, Cesare Augusto, si pensava Dio. Come tanti oggi: voleva mettere un numero agli abitanti di quella regione, voleva schedarli, voleva averli sotto controllo. Dai tempi di Adamo, l’uomo sogna la schiavitù. Capisci che imbecille. E per non sentirsi schiavo, schiavizza gli altri. E tutto il mondo diventa un mondo di schiavi che sognano di essere Dio e s’accorgono di essere schiavi. Schiavi dei loro schiavi. Che schifo!
E’ vero. Il Vangelo non ci dice nulla del volto di Maria. Come,del resto, non ci dice nulla del volto di Gesù. Forse è meglio. Così a nessuno di noi viene tolta la speranza di sentirsi dire magari da un arcangelo di passaggio: “Lo sai che assomigli tanto a tua madre?”. Maria, comunque. Doveva essere bellissima. Non parlo solo della sua anima. Parlo anche del suo corpo di donna. Celebrato dai poeti, musicato dai cantanti, dipinto dagli artisti, rubato dai poeti…graziata dall’Altissimo.
Per tutta la vita frequentò una folla di bambini mancati. Molti prodigi erano scherzi di bambino che giocavano a fare i dottori, s salvare la natura curando lebbra e storpiature. Erano miracoli, ma non colossali. Non inceppò la macchina del tempo come Giosuè che fermò il sole in Gabàon e la luna sulla valle di Aialon. Non aprì le acque come Mosè, ma ci camminò sopra senza bagnarsi. Non creò il frutto della vite, ma seppe, in una festa, vendemmiare vino dall’acqua. Non creò il sole, il fuoco, la luna e le stelle, ma diede la vista ai ciechi e questo è un modo di diventare luce. Fu battezzato in acqua dolce, amò la pesca, frequentò pescatori, ne riempì le reti, placò la tempesta sul mare di Tiberiade. Delle Scritture preferì Isaia; di Davide gustò più i salmi che le imprese. Non scrisse, ma lasciò che le sue parole facessero il viaggio delle api sopra i petali aperti alle orecchie. Amava le donne, non pretese astinenza: il celibato venne dopo, a chiese fatte.
Il nome di una città, di una pianta e di un uomo: su tre nomi è costruito uno degli incontri più singolari del Vangelo (e dobbiamo essere grati a Luca di non esserselo lasciato sfuggire; gli altri evangelisti, troppo occupati nel descrivere l’inerpicarsi di Cristo verso il Calvario, non hanno interrotto il filo della loro narrazione per occuparsi della sosta in casa di Zaccheo. Neppure Matteo, ex pubblicano, ha avuto molti riguardi nei confronti del suo ex collega).Ma veniamo alle descrizioni.
“Come giunse in quel punto, guardò in su e gli disse: Zaccheo, scendi in fretta perché oggi devo fermarmi in casa tua”. Cristo gli tronca lo spettacolo. Per proporgliene uno che non aveva inserito nella sua scaletta. Se potesse, Zaccheo schizzerebbe fra i rami fin sulla cima dell’albero per poi volare via lontano. Ma lui, che pure ha tutto, le ali non le ha. Zaccheo, tremando, guarda giù. Tra le foglie vede il volto del maestro. Non è un volto di condanna, di disprezzo, di minaccia. Tutt’altro. Lo snida: “scendi in fretta”. Zaccheo, proprio come un uccello, viene “snidato”. “Scendi in fretta”. Vuol conoscerlo? Qualcosa di più: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. Devo! E non l’aveva mai visto prima. A Gerico l’uomo di Nazareth ha fretta. Fretta! Si, anche Dio ha fretta! Dio è paziente: può attendere per degli anni e dei millenni. D’altra parte il suo calendario non coincide con il nostro. C’è una grossa sfasatura. “Un giorno nei tuoi atri è come mille altrove” (2Pt 3,8). Ma quando vede che la salvezza è matura, allora ha una fretta terribile.Guai se nel Vangelo non ci fosse quest’omino di bassa statura: è un entusiasta, che torna a saldare una catena che sembrava spezzata. Un entusiasta senza rispetti umani che in barba al prestigio dei suoi poderi, della veste di porpora, si arrampica come una scimmia sul sicomoro per riuscire a vedere il profeta. Per questo Cristo gli grida, forse con un divertito sorriso: “Scendi presto, Zaccheo!”. Zaccheo scende. Pensa, di ramo in ramo, alle raffinate vivande con cui sbigottirà il maestro e gli altri commensali. Pensa di quanto gli costerà risarcire del quadruplo le persone che ha defraudato. Ma già lo ha deciso dentro, e fra pochi attimi lo griderà a tutti, in quel suicidio di galantuomo con cui vuol dichiararsi, in faccia a tutti, uno sfruttatore. E sarà proprio quella confessione, quella cambiale firmata, il più imbroccato affare della sua vita.I due se ne vanno, tra lo scandalo generale. Anche Zaccheo è sbalordito per quanto gli sta succedendo. Possiamo sapere dove abbiamo incontrato il Cristo. Possiamo anche ricordarne l’ora. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire. La gente non capisce. Si scandalizza: “Tutti mormoravano tra loro e dicevano: E’ andato ad alloggiare da un peccatore”. Già. Ma se fosse venuto nella mia casa, nella tua casa? Sarebbe stata forse la casa di una persona giusta, degna di ospitarlo? Resta il fatto che nella casa di Zaccheo “è venuta la salvezza”. La casa del capo dell’ufficio delle dogane, un ladro probabilmente, è diventata una chiesa. E noi stiamo a mormorare. Invece di toglierci il cappello. Entrare e inginocchiarci.
Guarda che c’è differenza tra ascoltare e sentire. Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è lasciare che le parole dell’altro cadano dentro di noi, nel profondo, nell’anima. Non si ascolta solo con le orecchie! Ascoltare è sedersi vicino. Concentrare l’attenzione su di lui. Non sbirciare l’orologio. Si ascolta con lo sguardo. Si ascolta con gli occhi. Si ascolta con le mani. Se tu ascolti, regali la possibilità di sognare. E i sogni spingono l’umanità. I sogni richiamano la pazzia. I sogni sono lo specchio dell’impossibile che diventa possibile. La storia parla chiaro. Il padre di Pascal gli nascose i libri di matematica. Il padre di Petrarca gli bruciò i libri di latino. Il padre di Strass non voleva che il figli studiasse musica. Il padre di Michelangelo voleva un figlio commerciante.Ma nessuno di essi si fermò.Proprio come Zaccheo: tutti gli intimavano di cambiare, Cristo gli propone d’essere se stesso.Zaccheo, il testardoZaccheo cerca di “vedere Gesù”. E’ un peccatore, è maledetto, la gente lo disprezza: se ne infischia. Vuole vedere Gesù! Sa di essere piccolo – di statura e di cuore – e sale su un albero per vedere Gesù. La gente dabbene sa di essere apposto. Non corre. Non sale su nessun albero. E’ convinta che non occorre muoversi. E pensare che quell’albero era li’ da sempre, era libero, nessuno ci era salito per vedere Gesù. Era li’ da sempre: praticamente è come dire che non c’era più per la gente. Non sono bugie. Il sicomoro c’è da sempre. Ma ci siamo abituati, lo abbiamo lavato, abbiamo pensato che non occorre salirci sopra, basta sapere che c’è. E quando un peccatore, forte della sua semplicità, non si vergogna e ci sale sopra tutti con le lacrime agli occhi. Commossi. Increduli. Un po’ tutti vergognati, perché quell'uomo ci ha fatto capire che soltanto abitando negli “eccessi” potremo ritrovare la nostra giusta misura. Se Zaccheo avesse detto: “Cosa diranno se salgo sull’albero? Che figura ci faccio di fronte agli altri che se ne stanno composti? No, no, io me ne sto nascosto e faccio finta di niente”, si sarebbe dato la zappa sui piedi. Quell’albero, invece, è bastato per diventare un esempio di sana follia per gli uomini come me e come te. Vedi che basta poco. Pochissimo. L’albero c’era da sempre, forse mancava il coraggio di sfidare la gente. Vuoi vedere Gesù e non sei alto? Gioca sul fatto che sei basso e agile ad arrampicarti. Non hai un bel naso? Giocati il fatto di avere una bella bocca. Non hai una bella bocca? Punta tutto sulle tue mani. Sei proprio brutto da spaventare anche le galline? Spendi la capacità di essere leale. I tuoi genitori sono un po’ orsi? Però sono generosi. Guai a farci bloccare dal giudizio degli altri. Siamo scemi? Vuoi ridurre Dio ad una fotocopiatrice? Dio è un genio, il più genio di tutti i geni messi assieme.
In verità Pilato non era nato burocrate. Aveva avuto buoni maestri: era un ragazzo vivace d’ingegno e d’indole. La filosofia era il suo talento. O forse la scena: i bei dialoghi, le frasi ben alternate, senza retorica ma pregnanti. Non era nato burocrate, ma ormai lo era diventato. Amministrare la giustizia è un affaraccio in un paese di fanatici, ipocriti e superbi insieme. Aveva capito che senza interessi non si governa e non si siede in tribunale. I barbagianni gli conducono Gesù di Nazareth. Glielo conducono presto, perché lo processi. Dicono che quell’Uomo sia un sovvertitore, che impedisca di pagare il tributo a Cesare, che affermi di essere re. Lo interroga e lo scopre di bell’aspetto, mite e fermo nel guardarlo, un uomo inconsueto. Quanto al re, gli risponde che è re, ma il suo regno non è di quaggiù. E Pilato viaggia sull’ironia, pensando di essere davanti ad uno dei tanti miserabili che la storia ha partorito. Mah! Se è un sognatore, un mistico non si capisce allora perché abbia una ciurma di gente che pende dalle sue labbra, perché giri per le piazze e si mescoli al popolo. Soprattutto non si capisce perché pesti i calli ai gerarchi della sua nazione. Ma ribadisce chiaramente di essere re. Anzi, puntualizza: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è dalla Verità, ascolta la mia voce”. La verità è che quell’Uomo aveva qualcosa. Con la concretezza del romano e la spregiudicatezza del filosofo, Pilato era stato alquanto sedotto dal Nazareno.
“Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.