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Il Vangelo della Domenica
Il Vangelo della Domenica
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Nella lingua italiana credente si dice di colui che coltiva un discorso di fede. Non si dice “creduto” ma “credente”. Credente non è chi ha creduto una volta per tutte ma chi, in obbedienza fedele al participio presente, rinnova il suo credo continuamente. Ammette il dubbio, sperimenta il bilico, trema di fronte all’abisso. E ci sono giorni in cui un credente cede, poco o tanto, perché questa è la posta in gioco nella più difficile delle vocazioni umane. Quest'anno una volta al mese apriamo le porte di casa a gente che abita la Scrittura Sacra: gente che, pur additata come gigante, ha conosciuto il lato difficile della fede. La fede difficile, per l'appunto. Scendere nella notte oscura per dare del tu a Dio: perché è scritto che l’uomo è argilla opera di un artefice, che ne è causa e ne condivide le responsabilità. (I commenti al vangelo della domenica inizieranno la Ia Domenica d'Avvento. In queste domeniche presenteremo la "fede difficile" di alcuni personaggi della Scrittura Sacra). |
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Così un giorno chiede il suo patrimonio e se ne va'. Quel figlio ha le balle piene di stare a casa! Meglio il futuro: porci, ghiande, donne. Ma quando arriva la miseria ritorna la nostalgia di casa. Storia nota, purtroppo storia che ci fa commuovere invece che ribaltare, storia di un uomo e di un Dio che,nonostante tutto si cercano. Il figlio è partito perché Dio ci lascia liberi, perché senza libertà non si danno quei movimenti autentici del cuore che Egli va cercando. Dio ti lascia partire. Sempre. Anche se il rischio di non rivederti mai più è grande. Ti lascia partire: poi si mette alla finestra. E quando ti vede in fondo al viale polveroso si trasforma!
"Il Padre – sintetizza la penna di Luca – lo baciò". Abbracciare è tanto. Baciare è di più. Dio punta al massimo. Indignarsi! Macchè! Rimproverarlo? Macchè! Insultarlo? Macchè! E allora baciamolo! Cristo bacia l'uomo: cioè guarda in faccia l'uomo, appoggia le sue labbra sulle sue, gli fa sentire il respiro, e il respiro diventa la sua voce! Lo bacia, perché il bacio è tutto. Il bacio racchiude tutto. Il bacio dice tutto: sto bene con te, ti amo, ti desidero, ti sono vicinissimo. Attento: ad una persona che baci non puoi dare del lei, devi dare del tu. Ad una persona che ti bacia, non puoi parlare con paura! Si dice che Dio tenga ogni persona per un filo. Bene, quando uno commette un errore un peccato, il filo si spezza. Allora Dio riannoda il filo. E così va a finire che più uno si allontana, più Dio se lo avvicina. Fino a baciarlo! L'ha baciato. E pensare che quel zingaro era convinto che il padre non ne volesse più saper di lui, dopo quella stupida avventura, che il padre non potesse più dei suoi colpi di testa. Invece si rende conto che il Padre non ne può più della sua assenza, non può più sopportare la sua lontananza ("Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo..."). L'unico "risarcimento danni" richiesto per il patrimonio sperperato in quella maniera è di non rifiutare i segni di un amore che non ne poteva più di aspettare.
Un fico scazzato, un padrone dritto, una lezione da brividi. E oggi il Vangelo ti apposta a terra, ti fa sentire proprio nulla. Pugno di polvere stretto nelle mani di Dio. E sì che sembra una favola: "Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e venne a cercarvi i frutti". Sembra una favola: invece è la storia raccapricciante di un Dio che si mette alla ricerca dell'uomo. Era appena sorta l'aurora della creazione quando Dio, architetto dalla maestria insuperabile, disegnò i primi passi nel giardino dell'Eden Nascondendo il suo amore in una domanda: "Adamo, dove sei?". Chiede perché chiedere significa prendersi cura, addomesticare, creare legami, tessere relazioni. Chiede perché per Dio la felicità è stare con i propri figli, per questo (e non per smania di protagonismo) ha mandato i suoi profeti allo sbaraglio della storia. Mandati per richiamare il popolo a portare frutti! Ma Dio è veramente un padre sfortunato. Nonostante le sue premure, la sua tenerezza, la sua pazienza sapiente non riesce mai ad ottenere che il figlio cresca bene! Sono tre anni che viene a cercare frutti da quel fico, ma non ne trova. Capisci l'amarezza nascosta nelle sue parole: "da tre anni vengo cercando frutti e non ne trovo. Taglialo!". Taglialo, perché non sono tre anni qualsiasi, sono i tre anni che Gesù ha investito sui sentieri dell'umanità, tre anni in cui il popolo non ha saputo cogliere la novità che soffiava leggera sulla sua storia, tre anni in cui un Amore cercava storie da abbracciare, volti da asciugare, misteri da pennellare. Tre anni in cui respiravi nell'aria un messaggio per tutti: per l'uomo della strada come per la persona colta, per il contadino come per lo scriba, per il pastore di armenti e per il dottore della legge, per il credente come per chi anela a credere. E il padrone chiede di tagliarlo! E' il giudizio secondo giustizia: tagliarlo! Perché il fico s'appropria dei doni della terra gonfiandosi di foglie senza far frutto. Non solo non produce, ma rende improduttiva anche la terra!
Sei terra infeconda se diventi schiavo dell'abitudine, se ripeti ogni giorno gli stessi percorsi, se non trovi il coraggio di inventare nuove vie, se non rischi l'incertezza per catturare un sogno. Terra sterile se non viaggi, non leggi, se non ascolti musica, se sei triste. Non produci frutti quando abbandoni un progetto prima di iniziarlo, quando passi i giorni a lamentarti, quando non fai domande per paura che appaia il rossore sul volto, quando non apri la mente. "Lascialo ancora un anno" per evitare di morire a dosi, per ricordarti che essere vivo è più che respirare. E' musica, sono passi, è sudore.
Non potremmo mai capire cosa significò per quel pastore di nome Abramo scappare dalla sua terra al tramonto della vita. Non è storia, non è poesia, non è fascino di tempi antichi: è un dramma! Era certamente afflitto dal peso degli anni e dalla delusione quel vecchio viandante: il cammino incerto per il quale aveva abbandonato tutto non gli aveva ancora riservato nulla di buono. E malgrado ciò, di fronte ad un Dio che torna a fargli la promessa di figli numerosi come le stelle del cielo, Abramo crede. E quando viene sfiorato dalla stanchezza e dalla tentazione di sistemarsi in un piccolo territorio, Dio stesso s’incarica di condurlo fuori facendogli provare l’ebbrezza di un orizzonte smisurato. E Abramo cede alla commozione.
Mi piace immaginare questo Dio che provoca Abramo. Un Dio che il Cantico dei Cantici te lo tratteggia nascosto dietro il muro, che sgrana gli occhi dalla finestra, che spia dimentico delle inferriate, questo Dio così vivace, creatore, fantasioso, amante della vita. E dall’altra parte quest’uomo, sazio di giorni e carico di anni, che Dio chiama colomba, amico, ma che sta nelle fenditure della roccia, che non sa far vedere il suo volto, che si vergogna di mostrarsi e far sentire la sua voce. E’ musica del cuore: Dio che danza e l’uomo che si nasconde.