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Il Vangelo della Domenica
Il Vangelo della Domenica
Il Vangelo della Domenica
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Nella lingua italiana credente si dice di colui che coltiva un discorso di fede. Non si dice “creduto” ma “credente”. Credente non è chi ha creduto una volta per tutte ma chi, in obbedienza fedele al participio presente, rinnova il suo credo continuamente. Ammette il dubbio, sperimenta il bilico, trema di fronte all’abisso. E ci sono giorni in cui un credente cede, poco o tanto, perché questa è la posta in gioco nella più difficile delle vocazioni umane. Quest'anno una volta al mese apriamo le porte di casa a gente che abita la Scrittura Sacra: gente che, pur additata come gigante, ha conosciuto il lato difficile della fede. La fede difficile, per l'appunto. Scendere nella notte oscura per dare del tu a Dio: perché è scritto che l’uomo è argilla opera di un artefice, che ne è causa e ne condivide le responsabilità. (I commenti al vangelo della domenica inizieranno la Ia Domenica d'Avvento. In queste domeniche presenteremo la "fede difficile" di alcuni personaggi della Scrittura Sacra). |
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Duro lavoro quello di Giovanni Battista. Lungo le rive del fiume Giordano, sulle rive di quel mare che tutti chiamano Morto, cerca di scuotere le coscienze addormentate degli ebrei con le sue parole di fuoco, con lo sguardo impetuoso, con il grido innamorato. Ma non è facile convincere gli uomini e le donne di ogni tempo che non ci si può accontentare di indossare il vestito all'ultima moda, di possedere un ricco conto in banca e una macchina rombante, di avere il frigorifero pieno e la televisione accesa.
"Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: Che cercate?" (1,38): voltandosi e guardandoli Gesù prende l'iniziativa. Per guardarli ha dovuto girarsi: un gesto voluto e intenzionale. E il verbo guardare non pennella uno sguardo veloce e casuale, ma uno sguardo che si sofferma, che indugia. Gesù ha osservato per qualche istante il cammino dei due discepoli. Dopo un tratto di strada percorso in silenzio, pone la domanda decisiva: "Che cosa cercate?".
Basta attendere qualche versetto e compare la figura di Andrea e di un altro discepolo. Come si chiama? I vangeli non ne tramandano il nome: rimane anonimo. E' una casella vota che ogni lettore, distratto o innamorato, può tentare di colorare con la sua povera storia di uomo. Il discepolo volutamente ignoto ha il volto del discepolo di ogni tempo.
Chissà quante sere se n'erano andate così! Con un semplice invito a cena: spezzare il pane in compagnia era un gesto quotidiano in terra di Giudea. Come oggi, tra l'altro. Normalmente s'invita a mangiare persone che ti fanno star bene, con le quali condividi sogni, passioni e aneliti. Non s'invitano sconosciuti: magari pur maleducati. Simone il fariseo lo sa: invitando Gesù tratteggia un generoso gesto di ospitalità. E' il suo modo di avvicinarsi a quell'Uomo dal fascino strano. Il motivo di quella "cena di lavoro" rimase nascosto nella penna dell'evangelista: possiamo intuire che, aprendo la porta di casa, desideri perlomeno conoscerlo. Si fa così con tutti gli ospiti. Stavolta, però, l'ospite è d'onore: è un Uomo conosciuto, un personaggio discusso nelle piazze palestinesi. Cosa si fa cena? Si mangia, si beve, si gode della simpatia delle altre persone. Si parla, ci s'arrabatta, s'esplode in risa. Ci si ubriaca, perché nella compagnia la somma dei bicchieri è sempre approssimata per difetto.
Pazienza la donna: puttana è e tale lo rimarrà. Simone è irritato dall'atteggiamento di Gesù! Dunque, immagina. Inviti uno a cena, prepari tutto bene: perfetto, ricercato, sontuoso. Scegli chi invitare per non sfigurare, metti qualcuno a controllare l'invito alla porta, curi ogni minimo dettaglio. Insomma: tanta fatica, ma almeno per una sera quell'Ospite sarà tutto tuo. Poi si scaraventa in casa tua una donna: non invitata, una di quelle infamanti e ti fa fare brutta figura. Non bussa, non saluta e non guarda in faccia nessuno e si tuffa ai piedi dell'Ospite. Del tuo ospite. Tutto così veloce che non hai nemmeno il tempo di alzarti e dirle: "Scusi,cavolo, dove sta andando? S'accomodi fuori: è casa mia". No: un fulmine che ti lascia sbigottito. A consolazione rimane il fatto che i tuoi amici sanno chi è e, al pari tuo, liquideranno l'imbarazzo: puttana è e tale lo rimarrà. Ma stasera il problema è il Maestro: che Simone prenderebbe a sberle in faccia. Come può gradire i baci e le carezze di una peccatrice? Con tutta quella naturalezza, tra l'altro: come fosse la cosa più naturale del mondo.
Immagina la conclusione. A casa sua – è casa sua! – Simone scompare. Si defila. Si rimpicciolisce gradualmente...quasi per scappare senza che nessuno s'accorga. Tanta è la confusione! Ma il racconto esplode nella sua bellezza dirompente. Quand'era seduta forse non ne indovinava il volto. Quand'era ritta in piedi – forse rialzata da un cenno delle sue mani – Simone venne invitato a guardarla. Adesso arrivano i suoi di occhi. Come una vecchia bilancia che tenta di trovare il bilanciamento dei suoi piatti, lo sguardo della donna s'aggancia a quello del Maestro che le dice: "Ti sono rimessi i tuoi peccati". Seducente. Incantevole. Sublime: le parole non reggono la potenza di quello sguardo! Il Vangelo è incredibile. Non ne risparmia una: defilatosi Simone, il flash va a cercare gli altri commensali. Ti ricordi, vero: stavano cenando! Meraviglioso: "Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Uguali identici a Simone: non s'azzarderebbero mai e poi mai a parlare ad alta voce. Ma il microchip del Vangelo li smaschera. E' disastrosa per l'uomo la puntualità evangelica.
Fa un esperimento. Mettiti sull'altare e prova a dire: "Per Cristo con...". Dopo tre parole la gente subito t'insegue: "con Cristo e in Cristo. A te Dio". Se dici: "Per Cristo nostro Signore" rispondono "Amen". Se dici "Per Cristo Signore nostro" tacciono. All'Agnello di Dio si raggiunge il top: partono alti e finiscono impoltriti. "O Signore (vol.9) non son degno (vol.6) di partecipare alla tua mensa (vol.3)....sarò salvato (non lo pronunciano)". E quasi ti chiedono uno strappo per giungere alla fine. La predica il più delle volte sostituisce il pisolino pomeridiano accompagnato dal karaoke che sostituisce l'organo: l'unico movimento concesso è la spallata al vicino perché russa un po' troppo. E t'impedisce di programmare il pomeriggio. Poi ci si alza e si va alla comunione. Non vorrai mica essere l'unico che non ci va, vero?
M'affascina da sempre la gente che, celebrando l'eucaristia, ha immaginato un modo diverso d'essere uomini. D'essere preti! D'essere liberi: di innalzarsi e abbassarsi, di costruire, distruggere e ripartire. D'essere pazzi per Dio! Può darsi che anche a te, come a me, ti consegnino dei fogli già scritti. E t'invitano a ripeterli all'infinito. Ti fanno capire che la pagina è già stata scritta, che è tutta piena, che non ci stanno più parole. Che è tutto in ordine. Ma tu, se sei uomo eucaristico, butti subito l'occhio sui margini, su quello spazio tutto bianco, vergine, in-usato. Cioè avverti la possibilità di annotare intuizioni, tentare imprese, dissociarsi dallo scritto. I margini sono gli spazi prospettici che ti regala l'Eucaristia: si vive ai margini. Ma si scrive anche ai margini. I poeti annotavano ai margini le loro correzioni. Che perfezionavano e abbellivano i loro testi!