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COMUNICATI
Grazie, mio allenatore!
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Grazie, mio allenatore!
Grazie, mio allenatore!
Caro Arcivescovo,
cari fratelli sacerdoti e diaconi,
cari religiosi e religiose,
cari fedeli dell’Arcidiocesi,
nel momento in cui viene resa pubblica la mia nomina a Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di l’Aquila, mi preme far giungere a ciascuno e a tutti voi il mio cordiale saluto e un primo segno di affetto. Da oggi questa vostra Arcidiocesi è la mia nuova famiglia, la Chiesa nella quale la Provvidenza mi chiama ad operare come zelante e fedele Ausiliare del suo Pastore.
Dopo tanti anni di attività in varie parti del mondo, ed un lungo periodo di servizio in Segreteria di Stato, torno nella terra che mi ha visto nascere e alla quale sono rimasto sempre affezionato: sono infatti aquilano, se non della città, della provincia e non l’ho mai dimenticato. La percezione di appartenere a questa nostra terra si è fatta più forte dopo il recente terremoto: le diverse visite che ho potuto fare sin dai primi giorni, mi hanno dato modo di sperimentare la vostra tristezza e il vostro dolore, ma anche la vostra speranza e la vostra voglia di risorgere che sono diventati sentimenti e impegni anche miei. Anche così, senza che me ne rendessi conto, il Signore mi andava preparando per questa nuova missione!
Ripenso nella preghiera ai morti, rinnovo la mia solidarietà ai superstiti, a chi ha perso tutto e assicuro di volermi coinvolgere totalmente nell’opera di rinascita e di ricostruzione. Vengo con l’intenzione di seguire il mio Fondatore e Padre san Luigi Orione, che fu inviato dal Papa san Pio X a Messina proprio dopo il terremoto del 1908 e qui, in Abruzzo, nei Marsi corse subito sotto le macerie del terremoto del 1915, come racconta Ignazio Silone. Vengo con la voglia di ricostruire insieme a voi tutti – tutti insieme – non soltanto le chiese e le case abbattute o lesionate dal sisma, ma anche le comunità che - immagino – hanno molto sofferto e ancora stanno soffrendo.
In questo primo contatto, mentre sono ancora frastornato da una parte per la fiducia del Santo Padre Benedetto XVI e dall’altra per la responsabilità che mi attende, ho un solo desiderio: assicurare a tutti che cercherò di essere il Pastore di tutti e per ciascuno. In attesa di farlo quanto prima, abbraccio con affetto te, caro Arcivescovo che continuerai ad essere la nostra guida; voi, cari sacerdoti, che ho voglia di conoscere quanto prima e cominciare subito a lavorare insieme con quello spirito di fede e di fraternità che sono condizione indispensabile per ogni opera di evangelizzazione; voi, cari religiosi e religiose, che come me avete scelto di testimoniare in piena libertà il primato di Cristo su ogni altra cosa; voi, fedeli tutti – bambini e giovani, adulti e anziani, famiglie, parrocchie e comunità, che da oggi ricordo nella preghiera come componenti della mia nuova famiglia; voi, Autorità politiche, amministrative, militari con cui cercherò di collaborare per il bene di tutti. Un saluto mi preme farlo giungere a voi, volontari di ogni appartenenza, vigili del fuoco e forze dell’ordine, e quanti in vario modo state lavorando sin dal momento del terremoto per rendere meno dura la situazione ed affrettare il ritorno alla normalità.
In manus tuas è il motto che ho scelto ad indicare abbandono totale nelle mani di Dio e di Maria, alla quale ho consacrato la mia vita e dedizione totale alla Chiesa e a ciascuno di voi. Non ho altra ambizione che vivere così, come diceva don Orione, dando la vita per la Chiesa e per la salvezza delle anime. Conto sul vostro sostegno e vi assicuro la mia preghiera e totale disponibilità.
Con affetto,
Don Giovanni D’Ercole
Città del Vaticano, 14 novembre 2009
Grazie, mio allenatore!
«Nello sport c’è chi lotta per anni perché una medaglia vada al collo di un altro. C’è chi lotta, ma nel momento decisivo non può combattere, condannato a soffrire ai margini del campo. Sono gli allenatori, uomini fondamentali nella costruzione di un successo, che però normalmente vengono alla ribalta solo quando le cose non vanno bene e se ne assumono le colpe.»
(E. Chiari, L'altra faccia della medaglia. Grandi maestri di grandi campioni, Limina Editore, Arezzo).
Carissimo don Giovanni (mio allenatore per conto di Dio),anche quest’anno sarà Natale. Nemmeno quest’anno, nonostante tutto, Dio si stancherà di rifare le valigie e tornare quaggiù in quest’angolo così ribelle ma a Lui tanto caro chiamato umanità. Torna per cercarci, per parlarci, per scoprire le sue radici nell’abisso della nostra anima.
Un Natale tutto particolare per me: perchè don Giovanni diventa vescovo.
Sono arrivato nel settembre di di due anni fa con un pugno di cose. Quelle che ritengo essenziali: la mia Bibbia, 27 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato. Sono arrivato con 1000 giorni di sacerdozio alle spalle. I miei primi mille giorni di prete! Sembravano un’eternità. O forse sono stati troppo pochi. Di certo agli occhi di Dio sono come un turno di veglia nella notte. 1000 giorni in cui ho visto i germogli della primavera, i sapori dell’estate, i colori dell’autunno, i venti dell’inverno. Nella natura. Ma anche nel cuore. Giorni di fatica e di bellezza, di simpatia e d’incomprensione, d’affetto e d’inimicizia. Giorni di sole, di cuore e d’amore. Sono sbarcato alla Stazione Termini con un sogno gigantesco: diventare santo! In tua compagnia.
Sono arrivato e ho trovato un uomo-prete-papà che m’attendeva. Sulla soglia, come la mia nonna ogni volta che da bambino tornavo da scuola. Un papà che per mesi prima mi ha cercato, mi ha inseguito, ha pazientato: ai suoi profeti Dio dona sempre la lungimirante pazienza di non arrendersi facilmente.
Un uomo di Dio che con la preghiera riesce a muovere le montagne: quante volte – nascosto dietro la mia apparente distrazione – ne studio i particolari, le strette di mano, la profondità degli sguardi, la ricchezza allarmante dei silenzi, la resistenza alle ginocchia appena spunta il sole. E quando ti guardo mi prende un’emozione grandissima perché a parlare di Dio senza nominarti Dio sono in pochi a riuscirlo a fare.
C’era una volta la mia nonna; c’è adesso un papà.
«A te che mi hai trovato
All’angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te»
(Jovanotti, A te, 2008)
Il mio regalo per l'episcopato, don Giovanni, è un “Grazie, papà e buon viaggio. Ti sono vicino” che sento germogliare dal cuore. E questo regalo so che non lo darai a nessuno: rimarrà tutto per te! Grazie perché mi hai aperto la porta di casa tua e mi hai fatto sentire tra mura familiari. Grazie di avermi presentato amici che non erano miei ma che sono diventati miei. Grazie per aver fatto di un estraneo un figlio.
Ma soprattutto grazie per quelle volte che hai pazientato, per quando magari ti ho deluso, per le volte in cui il mio carattere ha innalzato un muro. Strane nervature quell’Uomo ha tessuto nel mio fisico. Nella mia anima!
Grazie per la cosa più bella che ho appreso alla tua scuola: per innalzarsi occorre inginocchiarsi! Son arrivato con un po’ di malinconia e di nebbia che mi avvolgeva. Dopo tre mesi ho scoperto il motivo di questo apparente deserto: Dio mi ha condotto nel deserto per parlare al mio cuore, perché mi voleva tutto per Lui un po’ di tempo: a pregare, ad inginocchiarmi, a scendere nell’abisso dell’anima, a scrutare il suo Mistero. Si, perchè Cristo chiede attenzioni come ogni grande Amore. E per comprenderlo m’ha messo vicino un suo piccolo profeta. Veloce nei piedi, veloce nel pensiero, veloce nell’affetto! Tra i miei campioni preferiti – che da bambino osavo chiamare miti – annovero la splendida e delicata figura di Roberto Baggio. Figlio di terra vicentina pure lui. Un campione esemplare, un uomo fragilissimo, un ragazzo frangibile. Concluse la sua carriera – lui che il tintinnìo di monete lontane da tempo tentava di ammaliarlo - in un campo di provincia perché a Brescia allenava Carlo Mazzone, un padre per lui. Motivo? Aveva scoperto che Baggio era un uomo che si addomesticava con una carezza, con un complimento, con un sorriso sincero. E Baggio gli rimase fedele tutti gli ultimi anni della sua carriera. Il giorno in cui Carlo Mazzone se ne andò da Brescia, Roberto Baggio appese le scarpe al chiodo e salutò quel mondo che l’aveva reso celebre e che aveva reso celebre.
Vedi, don Giovanni, continuerò a camminare, come ho sempre fatto. Anzi, meglio: come tu mi stai insegnando. Montando sulle ali di un carattere spettacolare e micidiale, appassionato e irruento, affettuoso e scontroso, incapace di scendere a compromessi, appassionato e grintoso. E’ il carattere che Dio ha stretto attorno alla mia povera storia di uomo.
E camminando - come diceva quello splendido prete di don Oreste Benzi di cui tante volte mi parli - dovrò raccontare tutte le cose belle che vedo. Prima di tutto nella mia vita. Si, perché io vedo nella mia vita, pur nella povertà di una testa che non capisce un tubo, un numero grande di delicatezze di Dio, vedo delle cose troppo belle, per cui faccio degli applausi al Signore che se uno mi vede dice che sono matto. Quando ho scoperto che Cristo è vivo, che io gli sto a cuore e che mi vuol bene fino ad incollarsi su una croce, ho detto: “Questo o è pazzo o non si può buttare via senza prima avergli dato un’occhiata!”. Quando ho visto che non te le manda a dire le cose, ma che è libero, che dice pane al pane e vino al vino, che dice: “Vieni dietro a me, starai bene”, ho detto: “Basta, me ne frego di tutto e sto solo con Lui”. Bestemmiarlo? Cancellato. Anzi: mi viene voglia di stare nel difficile, nell’impossibile. Che fegato ci vuole a stare con Cristo. Ingannare? Darla a intendere? Fingere? Doppia vita? Maschere? Che schifezza. Quando vedi che quelli, pur di apparire, vendono tutto, che per far carriera vanno a letto con il primo che passa, ti prende una pena che vorresti gridare: “Stai con Cristo! Metti Cristo nel cuore! E ti scrollerai di dosso tutte queste porcherie”.
Da Calvene a Sacra Famiglia. E ora a Roma: per andare chissà dove. E saranno ancora colori avventurosi, spazi nuovi, occasioni di vita, pagine di quel ”quinto vangelo” che anch’io, come battezzato, ho il dovere di comporre. Storia sacra!
Sei forte, don Giovanni! Perché mi parli di un Dio che sa ancora coinvolgere e lasciarsi coinvolgere da storie piccole e apparentemente insignificanti come le nostre.
Ma prima di tutto, Grazie perchè ti sei preso cura di me, mi hai rimesso il sorriso e non mi hai mai lasciato solo.
Un abbraccio forte, don Giovanni!
In manus tuas, Domine
don Marco








Caro Arcivescovo,