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		<title>Lucertole, anitre e somari. Sub specie aeternitatis</title>
		<description>Discussione Lucertole, anitre e somari. Sub specie aeternitatis</description>
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			<title>Intervento del Direttore de &quot;L'Altopiano&quot;</title>
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			<description><![CDATA[Il tempo del raccolto “Quanto amore nel seminare, quanta speranza nell’aspettare, quanta fatica nel mietere il grano e vendemmiare”. La cantavamo in chiesa al suono delle chitarre quando, tanti anni fa, giovani ed entusiasti, animavamo la messa delle 11 nel duomo di Asiago. Un ritornello che mi risuona ora nelle orecchie, che mi trovo spesso a ricanticchiare dopo aver letto e riletto le parole di don Marco nella sua/nostra rubrica estiva “Come Lucertole”. Quanti spunti di riflessione ci ha dato, inducendoci a guardare meglio i nostri giovani, i nostri figli, a studiarli, ad ascoltarli, ad accoglierli nella loro meravigliosa complessità. I nostri figli! Li mettiamo al mondo, li cresciamo ed educhiamo nel modo in cui siamo capaci. Cosa e quanto maturerà dipende tanto dal terreno. Il nostro compito è quello del giardiniere o del contadino, coscienti che non bastano le nostre cure e le nostre strategie per assicurare raccolti buoni. E quando i fiori sbocciano ci accorgiamo che spesso tra questi ci sono specie che non abbiamo seminato, ma che crescono nel nostro giardino da semi portati lì dal vento. Con stupore vediamo i nostri figli, essere, nel bene e nel male, come mai li avremo pensati. Ci spiazzano. A volte ci meravigliano, altre volte deludono le nostre aspettative. Dovremo davvero imparare a non aspettarci nulla, aperti alla possibilità “del più alto e del più basso destino”. Dovremo dare il meglio di noi coscienti che solo una piccola percentuale del risultato dipende dal nostro operare, che in ogni momento può esserci in agguato una tempesta improvvisa che devasta le nostre aiuole. E dovremo dunque recuperare quella speranza nell’aspettare, ma anche quella accettazione di ciò che sarà, perché la vita segue percorsi a volte misteriosi. Pronti con fatica a risistemare il terreno, a riseminare e ripiantare, con piena fiducia nel domani. Il nostro amore, la nostra comprensione, la nostra capacità di ascoltare, di dare appoggio e sicurezza, le nostre parole, i rimproveri e le esortazioni, rappresentano un concime prezioso e insostituibile. E’ facile illudersi di poter modellare i nostri figli a nostro piacimento, di poter spostare le loro pedine dove, secondo noi, si dovrebbe. Ed è invece quanto mai reale ciò che Gibran scrive ne “Il Profeta”, parole che è bene ricordare sempre: “I vostri figli non sono i vostri figli, sono i figli della sete che la vita ha di se stessa. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro e benché stiano con voi non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, perché essi hanno i propri pensieri. Potete alloggiare i loro corpi, ma non le loro anime, perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno. Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi. Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri. Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi. L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e con la sua forza vi tende affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. Fatevi tendere con gioia dalla mano dell'Arciere; perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l'arco che sta saldo”. Memori di quando anche noi sedevamo in attesa sui gradini di una chiesa, continuiamo a seminare con amore e aspettiamo con fiducia il tempo del raccolto. Stefania Longhini Direttore della testata giornalistica "L'Altopiano"]]></description>
			<dc:creator>il_parroco</dc:creator>
			<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 14:50:07 +0100</pubDate>
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			<title>Intervento dell'Assessore Veneto all'Istruzione</title>
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			<description><![CDATA[IL SENSO DELL’EDUCAZIONE Parole. Alle volte sembrano solo vuoto riempito, senza significato né per chi le pronuncia né per chi le ascolta. Parole che hanno un senso solo se sono direttamente capaci di rappresentare l’essenza, il comportamento, la coerenza. Parole che troppo spesso ingannano, annullano, annacquano. Penso a quante volte la politica non sa ascoltare, usa parole come fossero ovatta per attutire le emozioni o peggio sassi per riempire scatole vuote che diventano così pesanti. Penso a quante volte i politici hanno perso la loro credibilità perché incapaci di essere coerenti, conseguenti, leali. Leggendo la profonda e complessa riflessione di don Marco mi pongo tante domande. Si sa, don Marco ha la forza grande di usare parole vere, che spaccano il silenzio e lo riempiono di significato, che sanno segnare e inquietare, che sanno affascinare e far dubitare, che tracciano un cammino che poi sta a noi seguire, che sembrano parlare proprio a noi. Anche qui, con queste sue considerazioni parla a ciascuno per come può o vuole ascoltare. Ma in fondo è proprio quello che fa Cristo con i suoi discepoli e con ciascuno di noi ogni giorno: ci dà la grande libertà di scegliere mettendo a nostra disposizione tutta la verità, ci dà la possibilità di seguirlo oppure no, ci lascia liberi di capire o di negare. Oggi ho sentito rivolgere anche a me queste riflessioni. Le sento per me, soprattutto in qualità di persona impegnata in politica e mi sento in particolare chiamata ad interrogarmi sul mio ruolo di giovane politico, con il compito straordinario e la grande responsabilità di parlare ai giovani. Tra le tante deleghe, tutte bellissime, che mi sono state affidate in qualità di Assessore Regionale di questa meravigliosa terra veneta, certamente la più delicata è quella dell’istruzione o meglio dell’educazione. Mi sono sempre rifiutata di parlare di istruzione, è un termine troppo tecnico e freddo che non lascia intendere quale compito vi sia ricompreso. Amo piuttosto parlare di educazione, dal latino educere, tirare fuori. Un significato quindi che lascia ben immaginare quale responsabilità, quale profondità e quale occasione di scoperta vi sia nell’affrontare questa scelta professionale che appare più una vocazione. E quale paura debba prendere chi si pone con coscienza di fronte a questo compito. Ma la scuola senza educazione che cosè? Un nozionificio, un supermercato di materie, un sito internet, una catena di montaggio delle idee, una ruolette russa delle teorie e del relativismo. E lo studente senza educazione? Un individuo libero da condizionamenti o forse da principi? Una pagina bianca su qui scribacchiare, una cavia da laboratorio di teorici della società ambiziosi nel dimostrare la veridicità delle proprie convinzioni. E il docente senza educazione? Un tecnico specialista, un arrogante imbonitore, un freddo valutatore, un abitudinario del mestiere, un insensibile computer. Ecco che l’educazione è l’essenza stessa della scuola e di chi vi abita, della crescita di coloro che avranno un percorso di vita costruito su solide basi, che saranno certamente a conoscenza delle materie scientifiche o umanistiche, ma che soprattutto avranno come perno fondante la PERSONA. Alla persona, all’insieme delle persone che formano la comunità dobbiamo pensare quando usiamo parole che scivolano via semplicemente perché le abbiamo slegate dal contesto, dal comportamento, dal significato o che sono lontane dalla emozione di una scoperta, dalla verità del significato. Mi piacerebbe una scuola che ponesse realmente al centro la persona e la ricerca della verità, ma per fare questo dobbiamo ritrovare quella vocazione che spinge un docente ad essere educatore, che riporta ad uno stato di grande dignità il suo ruolo sociale, che concentra nella scuola le migliori energie ed intelligenze, capace di ritrovare un insieme di valori e di principi che sappiano legare insieme le generazioni. Una scuola che ritrovi studenti che siano allievi, che mostrino amore e rispetto per l’intelligenza e per l’insegnamento, che cerchino e non subiscano, che sognino e non sballino. Ma come fare? E’ questa la domanda che semplifico a me stessa dopo la lettura ripetuta del pensiero di don Marco attorno ai giovani. L’educazione è esempio e l’esempio è educazione. E’il titolo ed il significato che ho dato alla partecipazione della Regione del Veneto ad una manifestazione dedicata al mondo della scuola a cui avevo invitato a partecipare proprio il nostro don Marco. Il mio problema era riuscire ad attirare l’attenzione dei ragazzi che vagavano come automi all’interno d questi grandi padiglioni della fiera di Verona. Ragazzi che parevano quasi indolenziti dal loro incedere senza meta, disinteressati da qualsiasi cosa, impermeabili agli stimoli che affannosamente gli adulti avevano cercato per loro. E così è arrivato don Marco a parlare direttamente a loro. L’ho visto incendiarsi, porre domande, usare termini forti, anche sconvolgenti, ma bucare quella noia. Non si trattava di forma, si trattava di sostanza, di verità, di emozioni, di riflessioni. Quanto sia stata educativa quella giornata io lo ricordo perfettamente, quanto l’interesse da parte di quei giovani che fino a prima avevo visto annoiate lucertole in attesa del nulla e subito dopo avevano gli occhi accesi, l’attenzione vivida. Cosa è stato? Io credo soprattutto l’esempio. Un giovane ragazzo che ha fatto una scelta forte, radicale, convinta e già questo è scioccante per un mondo capace solo di guardare indietro, tutto proteso alla comoda quotidianità, privo di domande, ma con tante risposte a scelta multipla. Un giovane uomo che parla di Dio e che lo ha seguito. E questo è quasi del tutto incredibile per una società che trova Dio scomodo, che lo vorrebbe espellere perché pone troppe domande, perché di propone tante scelte, tutte aperte, tutte libere, tutte faticose. I giovani non fanno sconti nei propri giudizi, non tollerano l’ipocrisia che distrugge tutte le idealità e credo sappiano apprezzare la coerenza, la fedeltà, la forza quando gli viene proposta. E’quindi sull’esempio che noi riallacciamo l’attenzione della generazione dei più giovani, quella che ci appare la più difficile da contattare, tutta rivolta a mondi paralleli, virtuali e insensibili e la scuola, ma prima ancora la famiglia deve sapere che è sul comportamento, sulla correttezza, sulla coerenza che si ricostruisce il progetto educativo. Lì le parole ritroveranno il loro senso e sapranno scatenare fuoco e fiamme al solo essere pronunciate perché sia per chi le profferirà, sia per colui o coloro che le ascolteranno avranno il medesimo, profondo, vero significato. On. Elena Donazzan - Regione Veneto Assessorato Istruzione, Formazione, Lavoro,Protezione Civile e Antincendio boschivo, Caccia, Tutela del Consumatore]]></description>
			<dc:creator>il_parroco</dc:creator>
			<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 14:47:54 +0100</pubDate>
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			<title>RE: Lucertole, anitre e somari. Sub specie aeternitatis</title>
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			<description><![CDATA[Non ho avuto la pazienza di leggere tutto l'articolo... evidentemente non sono una lucertola. Sarebbe bello un mondo che camminasse più piano e che dia più tempo agli uomini di chiarirsi e di sapere cosa si vuol fare nella vita... Purtroppo...non aspetta e gli asini, anche se la normalità, o si danno da fare subito ad imparare, a capire cosa vogliono dfare da "grandi" o resteranno inevitabilmente asini. Una volta a 20 anni i giovani già sapevano cosa dovevano fare e si attrezzavano e si preparavano per diventare quelli che speravano di essere. Oggi a 30 anni ancora non sanno cosa vogliono essere e fare nella vita... Penso che il limite dei 20 anni sia ancora attuale... i più "fortunati" a 15 anni già lo sanno e sono quelli che realizzano prima i loro sogni, ma superata la soglia dei 20 anni, se ancora non ci siamo soffermati a capire quale sarà il nostro futuro, si rischia di vivere alla giornata, senza una meta e con tutti i rischi che ne conseguono. Bisogna lavorare quindi sugli adolescenti... creando delle esche appetibili affinché le lucertole spicchino il salto decisivo... per qualunque progetto, l'importante è che venga portato avanti con serietà e professionalita.]]></description>
			<dc:creator>adsocrate</dc:creator>
			<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 13:59:10 +0100</pubDate>
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